PRENZ

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(lettera spedita in busta affrancata al poeta Octavio Prenz, posta ordinaria, all’interno una cartolina con i resti di Helvia Recina e il mio biglietto da visita, la lettera è firmata a penna, la data è scritta a penna) gentile octavio, casualmente molto casualmente ho trovato su google/libri il titolo di un suo volume di poesie, correlato al nome del paese dove sono nato … in habladurìas del nuevo mundo scrive: in località villa potenza sono i resti di helvia ricina… … sono legato a quei sassi romani da ricordi lontani guadavamo il fiume sotto le rovine e eravamo nel tempo classico entravamo nel teatro e ci sentivamo gladiatori, impugnando finte daghe fatte col legno con fare minaccioso, lo sguardo torvo, roteando le armi contro il cielo il tempo del gioco che è il tempo della vita che non finisce mai … vorrei saperne di più di questa sua citazione, di questo suo dire di un luogo che mi è caro com’è arrivato nella vecchia città distrutta? ha visto i mattoni antichi? ha respirato quell’aria? dove trovare il suo libro -nemmeno tradotto in italia-  pubblicato a madrid? … grazie, caro amico poeta, di qualsiasi sua risposta, anche se forse il luogo dove sono nato non c’entra niente con le sue habladurìas … strana l’assonanza del suo cognome con il mio, è la prima cosa che mi ha colpito e l’ultima che scrivo … (non ho ancora ricevuto risposta, poi chissà se è vera l’associazione con il mio paese, non ho più trovato quella pagina)

 

 

MENZIO

Ho in mente, per il mio servizio sull’ ArteFiera di Bologna (uno dei tanti) una stupidaggine generica che possa permettere alla lingua di schioccare sul palato, quel tanto capace di creare maraviglia.

Chiedo quale lo stato dell’arte, l’intenzione è quella di richiamare il film di Wenders (vedi). Ma è un richiamo debole, non so quanto percepibile, con quell’arma micidiale che ho in mano, un enorme radiomicrofono con il cappuccio antisoffio e un manico grigio scuro, seguito da un guardaspalle altrettanto armato, se non peggio. Con quella telecamera che emette un ronzio sottile sottile, quella luce rossa accesa, segno d’una persistenza della memoria, certe volte senz’altro a sbalzelloni (a seconda dell’operatore), ma adatto a lasciare una traccia. Poi tutto dipende dal sottofondo musicale eccetera, dico tra me.

Incontro vecchie glorie. Un gallerista di Roma che stava dietro Piazza Navona, dove c’è la libreria Shakespeare & company. Anche a lui chiedo dove va l’arte, cosa ci facciamo noi lì, le solite baggianate che impongono sempre una risposta estremamente sofferta, proveniente da chissà quali meditazioni e digestioni, quei dopopranzo a fumare prosaiche sigarette nervose, vedendo o non vedendo che i propri artisti hanno o non hanno un mercato (quello è il punto principale per tutti, le teorie vengono sempre dopo) e le forme e i fantasmi dietro i segni sulle tele e la voglia di farsi notare per quel tale colore, per quella riga che attraversa le bianche pareti della galleria. Documentandomi potrei risalire al nome del gallerista. Ferrante, credo o Ferranti. Ci andavo sempre col mio amico pittore Sandro (vedi S.Acquaticci), entravamo in quelle grandi stanze bianche timidamente quasi, senza sapere davvero cosa avremmo trovato. Con l’animo benevole verso il lasciarsi stupire da nuove proposte. Il gallerista non si faceva vedere mai, almeno in quelle occasioni. Si ascoltavano voci dalle stanze sul retro. Poteva essere chiunque.

Invece  nel suo spazio all’ArteFiera il gallerista sembrava assente. Lusingato dall’attenzione d’una telecamere, ma non davvero presente nel GrandeDibattitoSulloStatoDellArte. Forse non c’è dibattito tutto sommato, era una mia forzatura giornalistica per avviare una qualche ragionevole sequenza di voci (avevo infatti intervistato già molti artisti e espositori). 

Poi arrivo allo stand di Eva Menzio, gallerista in Torino, che espone oggetti primitivi d’uso comune, con raffigurazioni simboliche varie.  Scatta in me l’antropologo, mi ritornano su i rigurgito degli studi demo-etno-antropo dei bei tempi dell’università, gli esami di CiviltàIndigeneDellAmerica,  ReligioniDeiPopoliPrimitivi (cattedra della laurea) e il caro buon vecchio Levi Strass con le sue ricerche sul campo e il metodo strutturalista e i confronti e il modo e il metodo. Registrare registrare registrare per poi riportare conclusioni.

Chiedo alla Menzio senza mercato non c’è arte. La signora se ne risente. Accoglie la mia affermazione con un modo provocatorio per sminuire la portata artistica delle sue proposte (canoe, totem, legni vari, statuette, piatti). Dice non è vero assolutamente, lo dimostrano queste opere che ho portato qui all’ArteFiera, nei luoghi di origine di questi oggetti il loro valore è nella loro utilizzabilità in senso mistico/rituale e nella quotidianità, non è vero, qui non c’è competizione. Ribatto si, ma intendevo anche il loro successo nell’uso, il valore di mercato in questo caso è nella richiesta della piccola comunità che gode di questi manufatti. La gallerista non si arrende, l’argomento la infervora, ci crede a quello che espone no, no, chi ha realizzato questi oggetti non pensava a nessun tipo di mercato, è una sua proiezione occidentale. Insisto comunque la richiesta è quella che conta, senza richiesta non ci si attiva, la richiesta stimola persino la creatività, le forme provengono poi dal mondo spirituale. La signora Menzio molto elegantemente mi lascia con un sorriso di compiacenza. Mi dirigo altrove, armato col guardaspalle silenzioso ma attento a quando gli dico gira e lui gira.

Sono ancora convinto che senza mercato, comunque lo si voglia chiamare il diffondere forme e segni, l’arte non esiste però.

GROSSMAN

Chiedo allo scrittore israeliano quale libro consiglierebbe di leggere per capire l’orrore della guerra, a un soldato del suo paese e a un palestinese kamikaze.

Mi dice che deve pensarci e che lo farà durante la conferenza stampa.

Siamo a Rimini, alle giornate di studio del Centro Pio Manzu’ , un organismo in status consultivo generale con le Nazioni Unite  che opera per l’approfondimento dei temi di interesse cruciale per il futuro dell’umanità, come recita piuttosto pomposamente il sito ufficiale.

David è insieme a Tahar Ben Jelloun, famoso per i numerosi interventi da opinionista sui giornali italiani e per un suo libro, dove spiega il razzismo alla figlia.

Segue la conferenza stampa.

Sono curioso di sapere la proposta di Grossman, Jelloun invece mi aveva liquidato subito bofonchiando che l’intervista potevo fargliela solo dopo la conferenza stampa, senza aggiungere altro.

Mentre i due illustrano i loro futuri interventi, mi piace pensare  Grossman  alle prese non solo con la memoria dell’olocausto (tema del suo intervento), ma con la sua personale.

Mi aveva molto colpito la sensibilità del suo romanzo epistolare Che tu sia per me il coltello.

Grossman appena si libera della conferenza, mi dice subito it’s a good question e  gli dico qual è la sua risposta, non mi fa ripetere la domanda. Ci aveva pensato su.

Con fare grave e puntuale lo scrittore israeliano indica  LA STORIA di Elsa Morante come suo consiglio di lettura.

La stessa questione la propongo poi anche a Tahar Ben Jelloun. Con lui non avevo parlato prima. Con Grossman, per quell’occasione e anche altre in seguito, compone una coppia arabo-israeliana di sicuro impatto mediatico, facile a connubi e dialoghi e confronti, utili a superare quel fenomeno che dall’11 settembre  viene chiamato scontro di civiltà tra mondo arabo e occidente.

gross

Tahar, meno emotivo di David, non si scompone, risponde in modo freddo ma preciso e dice che i fanatici – di qualsiasi parte – non leggono libri, quindi inutile consigliare letture.

IL CONFINE MEDIATICO (24)

MARIO SCHIFANO – FINE DELLE TRASMISSIONI

Basta foto. Ce ne sono sicuramente abbastanza. Basta ombre di me stessa proiettate dalla luce su pezzi di carta, su quadrati di plastica. Basta con i miei occhi, bocche, nasi, stati d’animo, brutte angolazioni. Basta sbadigli, denti, rughe. Soffro della mia molteplicità. Due o tre immagini sarebbero state più che sufficienti, o quattro, o cinque. Avrebbero permesso di farsi un’idea precisa: Questa è lei. Ora come ora sono fatta d’acqua, m’increspo, rischio da un momento all’altro di dissolvermi nei miei altri io. Giriamo pagina: tu, nel guardare sei nuovamente confuso. Mi conosci troppo bene per conoscermi davvero. O non troppo bene: troppo.

tratto da MICROFICTION
di Margaret Atwood

GREGORETTI

Appuntamento a casa di Ugo Gregforetti  nel centro di Roma per parlare di Goldonia. A quei tempi conduceva su Rai3 una trasmissione singolare, itinerante per i luoghi d’Italia, in compagnia d’un giovine che poi non si è visto più. Il tono del programma era scanzonato, fintoperplesso, decisamente alla Guglielmi, ripercorrendo modi che conoscerò poi in riedizioni mattutine dei suoi vecchi programmi, con il tocco leggero dell’informazione bianca, quella che diverte e lascia percorrersi di rimandi e collegamenti.Il salotto dove ci sediamo ha finestre basse che danno su una piazzetta piena di sedie. Nella piazzetta c’è un bar. Bello qui, dico. Sono i primi giorni di giugno. A Roma fa caldo, le finestre sono aperte. Dovrebbe sentire la sera, dopo cena, dice lui. C’è un chiasso tale. Bello lo stesso, penso. Posiziono i microfoni. Mi appresto ad affrontare l’argomento che mi interessa con le mie domande preparate (sono ancora lontano dalle interviste improvvisate successive, una tecnica che ho affinato con il tempo). La registrazione della conversazione farà da prologo alla messa in onda c/o il canale tv dove lavoro di Viaggio a Goldonia, il singolarissimo viaggio nel tempo, abilissimo collage di testi attinti eccetera (lo leggo nel risvolto di copertina del libro edito nel febbraio 1982 da Il Saggiatore), materiali scelti da Gerardo Guerrieri, sceneggiato tv pieno di attori tosti e attrici gagliarde, Monica Guerritore, Paolo Poli, Gabriele Lavia, Paolo Bonacelli, Laura Betti, Manuela Kustermann.Gregoretti nello sceneggiato interpreta se stesso in un viaggio nel tempo teatrale letterario del 700 di Goldoni. Parliamo di Goldonia. Questo suo lavoro di poco più di dieci anni prima. Non mi ricordo nemmeno chi era l’operatore di ripresa. Lo saprò quando sbobinerò il mio pezzo e il testo sarà messo a compendio di questo mio scrivere, ma adesso proprio non me lo ricordo. E nemmeno mi ricordo del tragitto fino a Roma. Mi ricordo solo che il divano era assai confortevole. Alla fine mi regala il libro tratto dalla edizione televisiva, su cui scrive una piccola gentile dedica (a me, nuovo spettatore di Goldonia).

 Il libro non l’ho mai letto ma è sempre in lista di attesa nelle letture possibili.