TOMBARI

È dal 1987 che rileggi la prima pagina di quel bel libro con la copertina cartonata su cui spicca un’immagine della Bocca della Verità. Ti vedi mentre metti la mano titubante nella bocca seria di pietra temendo di perderla. Sei di nuovo a Roma come ai bei vecchi tempi di gioventù, passeggiando nelle domeniche calde in cui non sapevi cosa fare e non volevi assolutamente passare per un turista. Ti chiedi dal 1987 perché su quella copertina c’è proprio quell’immagine evocativa, ma finora non l’hai scoperto, perché del libro conosci solo le prime tre o quattro pagine. Non sei andato più in là per una sorta di piacere infinito da rinnovare ogni volta che riprendi la storia di Renda e Rondò e all’interesse di lei verso i minerali e all’allusione nella domanda di Rondò verso l’utile e il dilettevole. È la stessa curiosità di Rondò che ti ha confortato in tutti questi anni di letture, approfondimenti, studi fatti nell’otium d’agosto rivolti alla metafisica e al concetto di “niente” in filosofia. Le parole che ti vorticano in testa nella calura del tardo pomeriggio, che si dispiega all’orizzonte nelle lunghe ombre che il sole che scende provoca. Una ricerca infinita tra i tanti libri solo sfogliati e tenuti lì –lo dici sempre- a futura memoria, quando ti serviranno davvero quelle pagine fitte, dove troverai -è sicuro- la risposta che stai cercando a tante domande. Sei fermo sempre a quella prima pagina che Fabio Tombari scrisse qualche tempo prima di morire. Ricordi l’intervista che hai registrato nella grande cucina di Rio Salso e invece al caffé nero e forte che la moglie ti offrì non un ricordo nemmeno di rimando e fortuna che ci pensa tua moglie – lei che non ha vissuto se non di rimando quei momenti, li ha vissuti nel tuo racconto entusiasta al ritorno a casa – a ricordartelo, altrimenti quel caffé non ci sarebbe mai stato. Apri il libro e trovi la dedica che ti scrisse divertito il maestro di Fano (maestro nei tanti sensi conosciuti, da quello proprio del mestiere pedagogico a quello metaforico del rande vecchio e saggio) nel dicembre 1987, pochi giorni prima di Natale. L’intervista invece l’hai ritrovata tra le tue tante cianfrusaglie in una bobina di quelle adatte agli Studer (gran registratori da studio per la radiofonia) in cui il nastro deve quasi danzare tra i pomelli, per seguire la via che porterà al suono, quando schiaccerai il tasto play. Naturalmente avevi dimenticato tutto. Ricordavi solo lo sbiascicare di Tombari che nella foga di spiegare il suo universo ripeteva ad ogni intercalare. Era –è ancora su nastro- uno sciacquettìo delle labbra a ritrovar freschezza, per portare la lingua a sbattere sul palato e a dar senso compiuto a quelle parole che raccoglievi con quell’ingombrante microfono del Nagra che adesso sarebbe solo un reperto vintage dei tempi della radio che furono. Tombari racconta di quando nel 1924 s’era imbattuto nella fantasia con la sua geniale – sono parole sue- Frusaglia e di come quel nome bizzarro gli si era quasi formata in bocca. Allora forse senza nessuno sciacquettìo. Parla dei minerali come di elementi fuori dalla storia, fuori dalla geografia che non possono essere per niente “locali” ma espressione di un sospiro cosmico, che non parla le lingue del mondo conosciuto. Poi si rammarica del suo profetiamo che gli ha portato ad essere il cantore dell’Apocalisse. Della fine del mondo addirittura. Il libro si intitola proprio così anche se misteriosamente –visto che il libro non l’hai letto – nel sottotitolo recita ERCOLE AL BIVIO. Chi è Ercole? Dice Tombari nel nastro ritrovato, sbattendo i pugni e rivolgendosi non a te, non al microfono e neanche alla moglie. Forse era un po’ sordo, aveva 88 anni e sarebbe vissuto qualche tempo ancora pensando alla Natura offesa, alla folla di morti che l’accompagnavano quotidianamente – lo dice nell’intervista – come vecchi amici sempre presenti. Ercole è l’uomo cosmico, lo dice arrotando l’ultima parte della parola con quel buffo accento della provincia di Pesaro. Voci del passato che riaffiorano e che ho fatto rivivere in un servizio di quelli miei soliti settimanali. Le immagini che accompagnano la voce del vecchio saggio scrittore dello Strapaese sono quelle della statua che la Fanitudine ha voluto proprio di fronte alla più vecchia scuola elementare della cittadina adriatica.  Tombari lì è muto, con una mano in tasca, e con l’altra che stringe un libro, disinvolto, lo sguardo in avanti, sereno, forse di chi ci vede poco e sembra scrutarti dentro, ma le parole del dicembre 1987 fanno rivivere la sua verve, il suo sguardo letterario, la profondità delle sue storielle che sembrano per bambini ma non lo sono del tutto. Forse leggerò il libro o molto più probabilmente lo riporrò ben in vista tra gli autori italiani della mia libreria, senza leggerlo se non a sprazzi, qui e là, nel mio solito modo disordinato, sposatandolo di continuo, cambiandogli disposizione, fino a quando non tornerà “utile” a comprendere come va il mondo.

http://www.lospecchiodellacitta.it/articolo.asp?tit=Gennaio%201999&titolo=Gennaio%201999%20/%20TuttoFano&id1=62&Numero=0&IDAnno=0&Azione=Find&ID=2970

6 pensieri su “TOMBARI

  1. WoW! E che ne è di quell’intervista? Per conto di chi la fece? Sono un’entusiasta che ha appena scoperto la Frusaglia di Tombari. Vorrei saperne di più.
    Grazie.
    Monia

  2. Salve, molto bello per questo post. Tombari ha scritto anche un libro sui minerali? Qual’è il titolo esatto? Grazie, un caro saluto,
    Giuseppe

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