IL CONFINE MEDIATICO (14)

Al Doura fu ucciso dai palestinesi, non dagli israeliani, ma fu usato per il marketing dei kamikaze

di CARLO PANELLA
L’immagine è ancora impressa nella mente di tutti, anche se sono passati otto anni. Il disprezzo per chi ha provocato l’agonia di questo ragazzino palestinese di Gaza nelle braccia del padre è indelebile. Ma chi è il responsabile della morte di Mohammed al Doura? Una corte d’appello francese ha appena emesso una sentenza: non è affatto vero, non è affatto assodato che la colpa sia stata dei soldati israeliani. Questo, invece, senza ombra di dubbio, aveva sostenuto il servizio mandato in onda il 30 settembre 2000 da France 2, subito ripreso in tutto il mondo. Il giornalista Charles Enderlin e il suo cameraman palestinese Talal abu Rhama, avevano accusato Israele, e avevano suffragato l’accusa con le immagini e col commento. Senza dubbi. Ma la Corte d’appello di Parigi ha svelato un trucco, gravissimo: dopo l’immagine di Al Doura morto tra le braccia del padre, trasmessa da France 2… Al Doura è vivo e sorride. Dunque France 2 ha barato, ma solo su quella sequenza? Philippe Karsenty, reporter indipendente nel 2006 ha accusato France 2 di avere manipolato l’intero servizio, in omaggio a una tesi antisraeliana preconcetta. Denunciato da France 2, in primo grado, nonostante il Pm avesse appoggiato la sua accusa, Karsenty è stato condannato a pagare a France 2 la somma simbolica di un euro. Ma in appello, la settimana scorsa Karsenty è stato assolto, soprattutto perché France 2 è stata finalmente costretta a fornire alla corte l’intero girato e il giudice ha potuto comprendere come e quanto il montaggio giornalistico ha manipolato la verità. France 2 è stata condannata a pagare le spese processuali.
Dunque, chi ha ucciso Mohammed al Doura? Israele aveva subito dimostrato nel 2000, con dovizia di spiegazioni, che al Doura e il padre erano nel raggio di tiro dei cecchini palestinesi e fuori dalla portata delle armi israeliane. Né France 2, né i media che avevano accusato Israele di quella morte, hanno però mai dato notizia di questa smentita. Non è stata data neanche notizia del rifiuto delle autorità dell’Anp di eseguire l’autopsia sul bambino. Rifiuto inspiegabile, ma solo in apparenza. Palestinesi e israeliani usano armi diverse, e l’autopsia avrebbe subito svelato il trucco. Nel maggio del 2003, poi, la rivista progressista statunitense Athlantic Monthly, ha pubblicato un report in cui dimostrava l’estraneità delle forze armate israeliane, alla morte di al Doura. Di nuovo silenzio. Silenzio complice, perché l’irresponsabile servizio di France2, aveva già innescato una mostruosa concatenazione di effetti, un fenomeno mediatico letteralmente diabolico che ha fatto di Mohammed al Doura una straziante star del firmamento dei martiri palestinesi. Un testimonial dei kamikaze bambini. Col pieno appoggio di Yasser Arafat, di tutta la stampa palestinese e araba e con la piena complicità dei media politically correct del mondo, al Doura è infatti servito a sovrapporre l’immagine della vittima –lui martire- a quella dei kamikaze palestinesi che da quel momento in poi hanno cosparso di stragi Israele. Martire, in arabo, si dice sahid, ma ugualmente shaid vengono choamati i kamikaze e così lo shaid al Doura è stato cinicamente stato usato come modello-traino, come prototipo televisivo dell’adolescente palestinese che sceglie la morte da shaid kamikaze, assieme a Wafa Idris, la prima donna palestinese kamikaze (sua vittima in israeliano di 81 anni) e Ayyat al Akras, di 17 anni, che uccise una agente e una ragazzina di 17 anni come lei, Rachel Levy. Ignorata in occidente, questa campagna mediatica palestinese, innescata dal caso al Doura per convincere i ragazzini a diventare kamikaze, a frequentare i campi militari per kamikaze e andare a uccidere ebrei è stata tanto martellante, quanto efficace. Anche perché ha usato tecniche moderne, a partire dai videclip, trasmessi sino al 2005 dalla televisione di Arafat.
Nel videolclip su al Doura, trasmesso dalla televisione dell’Anp dal 25 dicembre del 2000 in poi,si vede un ragazzino che, ripreso da lontano, sembra in tutto e per tutto il piccolo Muhammad al Doura. La prima scena contiene questo suo invito scritto:
“Vi saluto non per separarci, ma per dire: seguitemi! Muhammad Al-Dura.”
Poi, con tono dolce e accattivante, aulico, parte la calda voce del narratore
“Com’è dolce la fragranza dei martiri!
Com’è dolce il profumo della terra:
la sua sete è placata dal rivolo di sangue
che sgorga dal tuo corpo di bimbo!
Appare l’immagine bella e forte di una cantante palestinese rossa di capelli, dalla voce penetrante, ritmata, drammatica, sottolineata dai tamburi, che si rivolge al padre che ha cercato invano di salvarlo dalla morte :
“Oh padre finché non ci incontreremo!!!
Oh padre, finché non ci incontreremo,
me ne andrò senza paura, senza lacrime!!!
Con una serie lenta di dissolvenze l’immagine dell’eroe si presenta come deve essere, ora, dopo il martirio, nel Paradiso dei bambini. I l premio alla morte eroica in battaglia è stato riscosso dal piccolo Mohammad al Doura che se ne corre, al rallentatore naturalmente, come un fantasmino trasparente prima lungo una radura verde, circondata da dolci corolle di alberi. Poi verso una moschea di al Aqsa stretta da profili neri a ricordare la consegna: morire per al Aqsa! Esplodere in aria per al Aqsa! Continuare l’Intifada di al Aqsa!
Poi eccolo correre lungo una spiaggia percossa da possenti e amiche onde, che si muovono quasi a ritmo della voce e della musica: “Oh padre…!!!
“Com’è dolce la fragranza dei martiri!
Andrò al mio posto in cielo!!!
Com’è dolce la fragranza dei martiri!”
Poi, con tocchi di ingenuità popolana, si arriva direttamente al kitsch paradisiaco ed ecco che boccioli carnosi di rose viola si schiudono lentamente, quasi si struggessero per la vita di Mohammad; spine di grano pigramente ondeggiano al vento, con un effetto flou che sa tanto di spot pubblicitario; di nuovo onde e… una luna grande rotonda, brillante nel suo nitore, ma seminascosta da nuvoloni neri neri, che sono la morte…, poi ombre che si agitano, di nuovo radurein un Paradiso che assomiglia sempre di più ad un altopiano svizzero.
“Com’è dolce la fragranza dei martiri!
Andrò al mio posto in cielo!!!
Com’è dolce la fragranza dei martiri!”
Com’è dolce la fragranza dei martiri!
Stacco duro ed ecco che lo schermo si divide in verticale, riappare la bellissima cantante dai capelli rosso-hennè e dall’altra parte dello schermo ragazzi palestinesi in una misera strada che tirano sassi.
“Oh padre finché non ci incontreremo!
Oh padre, finché non ci incontreremo!”
Riappare il ragazzino fantasma ed eccolo… che gioca con un aquilone…
Il videoclip si dissolve.
Elaborato il prototipo del videoclip sullo shaid, la televisione di Arafat è subito passata a propagandare i kamikaze, gli assassini, in particolare quella Wafa Idriss che tanta ammirazione aveva suscitato in Saddam Hussein per aver ucciso un vecchio ebreo. Nella trasmissione della televisione dell’Anp in omaggio a Wafa del 12 maggio 2002 (più volte replicata), non vi è un solo cenno al gesto di Wafa, all’esplosivo, alle vittime, al corpo straziato del povero vecchio ebreo. E’ tutto un parlare poetico, aulico, eroico. Perché per dire “uccidete gli ebrei!” (non i soldati israeliani, neanche i coloni dei Territori, ma proprio gli ebrei, gli ebrei di Gerusalemme), in Palestina tutti sanno che ormai c’è un sinonimo. Basta dire un nome che non è più nome di donna, ma di un’arma: Wafa. Inneggiare a Wafa, incoraggiare le giovani palestinesi a seguire il suo esempio ha un solo scopo: trovare nuove giovani che si imbottiscano di esplosivo e vadano a farsi saltare in aria in mezzo a vecchi, ragazzine, bambini innocenti. La trasmissione ha del surreale: a partire dalla sigla, in cui il volto virato color seppia di Wafa Idriss dolce e sorridente con la kefiah campeggia in alto a sinistra dello schermo, a fianco del logo con la moschea di al Aqsa. L’elogio alla strage, l’elogio all’assassinio di ebrei si innalza da un proscenio hollywoodiano: Amal Maher, cantante egiziana bionda e sensuale, campeggia al centro di un immensa orchestra di un teatro del Cairo dal proscenio degno del Carnegie Hall. Senso di lusso, cura professionale dello spettacolo in tutto e per tutto off-Broodway: un centinaio gli orchestrali, coro di una cinquantina di elementi. Una mise en scène costosissima: la cantante Amal Maher che esalta la scelta omicida di Wafa, è fasciata in un abito lungo di raso nero dai riflessi tenui, scollatura ampiamente offerta alla vista, spalle e braccia nude, ma sensualmente velate da un birichino tulle trasparente, ricamato con distanziati fiori neri. Canta, le mani quasi a pregare, la voce bella, carnale, l’obiettivo che è solo per lei, che muove le spalle, leggermente inarcate e fa mancare il respiro:
“Sorella mia, Wafa!!!
Sorella mia, Wafa!!!
Oh pulpito d’orgoglio!!!
Oh fiore che era sulla Terra ed ora è in cielo….
Oh fiore che era sulla Terra ed ora è in cielo….”
Il suono melodico viene sempre più attraversato dal ritmare pesante dei tamburi, che danno urgenza alle parole.
“Sorella mia, Wafa!!!
Sorella mia, Wafa!!!
Oh pulpito d’orgoglio!!!
Oh fiore che era sulla Terra ed ora è in cielo….
Oh fiore che era sulla Terra ed ora è in cielo….”
Primo piano della bionda cantante, strettissimo, vediamo solo la scollatura voilèe e la testa, di profilo. La sua sensualità contenuta sale in un crescendo:
“Sorella mia, Wafa!!!”
Ci spostiamo con lentezza sul coro che rappresenta, come non mai, il popolo che approva e segue la lode allo strazio della carne del vecchio ebreo innocente di 81 anni:
“Allah 0’ Akbar!!!
O Palestina degli Arabi!!!
Allah O’ Akbar!!!”
Il rullare dei tamburi si fa frenetico, la voce del coro e quella della contante si fondono, si prendono, si lasciano:
“O Wafa!!!
Ma tu hai scelto il martirio!!!
Nella morte tu hai dato vita alla nostra volontà!
Ma tu hai scelto il martirio!!!
Nella morte tu hai dato vita alla nostra volontà!”
Canzone perfetta, frase perfetta, trionfo di una teologia della morte che, a lungo corteggiata da Arafat, trova oggi in Hamas il suo più forte presidio.

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