LESSICO FAMIGLIARE 2009

 

Ogni nucleo famigliare ha le sue tipiche espressioni, usate solo al proprio interno e comprensibili quindi soltanto ai propri membri. Nella mia si dice con fare divertito “gemmo e venemmo”, per esempio, il cui significato in dialetto è “andiamo e veniamo”. Lo usiamo per parlare di qualcosa da fare in modo sbrigativo. Divertente è sapere che mia figlia da piccola credeva che “gemmo e venemmo” fossero nomi di persona. In famiglia utilizziamo anche singole parole, divenute gergali, come “americano”, per indicare un fenomeno o una persona affascinante oppure “tipo forte” quando si parla dei “reduci” degli anni 70.
“Sbrodeghezzi “ e “potacci”, incomprensibili altrove, erano parte del linguaggio della famiglia Ginzburg e si trovano nella prima pagina del libro più famoso di Natalia, “Lessico famigliare”
Bisogna invece arrivare a pag. 43 del libro di Daria Bignardi, “Non vi lascerò orfani”, per trovare la fatidica espressione –lessico famigliare -che riassume l’intero libro.
L’autrice lo inserisce con noncuranza, senza guardare, per usare una tipica espressione della madre, riferito al suo modo di fare di derivazione culinaria, “lanciando a caso nel tegame olio, aglio e rosmarino”. Insomma la Bignardi non sta cercando di definire l’ascendenza della sua ispirazione, le viene naturale ad un certo punto citare il titolo del libro di Natalia Ginzburg, uscito nel 1963, perché diventato parte del linguaggio di tutti. L’assunto di tutto il libro deriva però da un articolo comparso sulla rivista per cui scrive, qui divenuto il primo capitolo, scritto in occasione della scomparsa della mamma.
E’ una lunga requisitoria la sua per liberarsi del fantasma delle numerose paure della madre che hanno oppresso l’autrice nel corso della sua vita. Le continue rassicuranti telefonate da ogni parte del mondo, in tempi in cui il cellulare non c’era piuttosto rocambolesche, la sua preferenza per i treni ritenuti più sicuri dell’auto.
“Abbiamo litigato per trent’anni io e la mamma, e credevo avremmo litigato per sempre”, scrive Daria Bignardi, tutto il libro è percorso dai suoi tentativi di sfuggire alla morsa dell’ansia materna, così come dal culto dei morti e dei cimiteri (il titolo richiama una tipica epigrafe tombale), ma non in senso funereo e malinconico, ma in modo quasi divertito, se la cosa è possibile (ma non c’è sempre un momento-ricorda l’autrice- in cui ad un funerale si ride di cuore?).
E’ un sentimento che capisco benissimo, perché mentre per molti andare al cimitero è un triste dovere, per me non è così.
Mio padre mi voleva sempre con sé –io, il più piccolo in famiglia- tutte le settimane, dopo la scomparsa dei nonni, uno dietro l’altra nel giro di pochi mesi.
Il cimitero per me era anche un luogo magico, così pieno di memoria, con i piccoli riti del comporre i fiori, quasi mio padre fosse un maestro giapponese di Ikebana. Se provavo a fare una composizione diversa dalla sua, invariabilmente spostava i fiori come credeva fosse il modo giusto.
Questa sensibilità verso i cimiteri la ricordo nelle parole di Tonino Guerra che parla spesso di quelli di campagna come luoghi rassicuranti, dove ci si può facilmente consolare.
Forse per tutto questo –oltre alla fama della Bignardi e al suo stile di scrittura- spiega il successo di “Non vi lascerò orfani”, ai primi posti delle classifiche di vendita negli ultimi tempi.

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