IL TEMPO QUASI REALE DI FILIPPO TIMI

Bulimico Filo.

Filippo Timi, attore di teatro (premio Ubu 2004), di cinema (su tutti protagonista di “Come Dio comanda” di Salvatores), scrittore, opinionista su Rolling Stone, spesso ospite in trasmissioni televisive sofisticate (“Parla con me”, “Very Victoria”).

Su MySpace si impegna molto.

La sua esuberanza – tutta provinciale- si esprime al meglio nel “diario furibondo” che scrive per l’edizione italiana di Rolling Stone, dal titolo programmatico: “La fiera del cinghiale”.

Il cinghiale è lui.

Carica a testa bassa nel suo esprimersi artistico, sbuffando e immagino sudando parecchio.

Le foto che accompagnano la rubrica sono estremamente pensate.

Timi figurina di calciatore, Timi in bianco e nero, nudo, peloso in una cornice colorata e una stella-sempre colorata- a coprire le vergogne, Timi spesso ritratto in bagno, per esempio mentre guarda la tv o disteso nella vasca con un completo da sub.

Esuberante, incontenibile, ipertrofico, iperreale, iperbolico, sempre sopra le righe. Eppure tenero, sincero, genuino come si direbbe di un prodotto tipico della sua terra, l’Umbria.

All’uscita del film di Salvatores il regista lo intervista per Rolling Stone, in una domanda gli chiede il confine tra realtà e finzione e se sia giusto esita quel confine. Timi risponde che cerca sempre di assottigliare quel confine. Durante la lavorazione di “Come Dio Comanda” l’attore si è comportato con il ragazzo che interpretava suo figlio come fosse davvero il padre. Tutto il resto è silenzio, conclude Timi.

Questo è forse il segreto del suo successo. Mancava qualcuno che interpretasse il lato selvaggio che ognuno di noi nasconde. Così nei suoi libri. Un filo narrativo unisce le pagine ma Timi è spesso pronto ad esplodere nelle sentenze della sua filosofia primitiva, tutta giocata sull’istinto. In “Peggio che diventare famosi”, il suo libro più recente uscito per Garzanti, parla soprattutto della lavorazione del film di Salvatores. Prevale l’uso del parlato. Sembra quasi la trascrizione di sbobinature di registrazioni fatte in macchina oppure disteso sul letto a contemplare il soffitto e a ricordare qualcosa che rischia di essere dimenticato, catturato spesso un momento dopo che quel qualcosa è avvenuto, in tempo quasi reale.

I titoli dei suoi libri non catturano immediatamente l’attenzione (“E lasciamole cadere queste stelle”-2006, “Tuttalpiù muoio” –2007): lo sguardo intenso di Timi, in tutti i sensi, invece senz’altro si.

“Fare un film – scrive- è ferire consapevolmente una storia. Spezzettarla. Sembra poetico ma non lo è”.

Sta per uscire un film di Marco Bellocchio dove interpreta un giovane Mussolini.

Sarà curioso vederlo all’opera, Filo che nella vita è pieno di tic ed è persino balbuziente – un aspetto della sua personalità che ho volutamente mettere alla fine- forzarsi al punto di essere ancora qualcun altro, ancora altrove.

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