IL FATTO E’ LA SCRITTURA

Fino all’ultimo capitolo – di cui non parlerò per non guastare la sorpresa della lettura- mi sono chiesto perché Massimo Fini avesse scelto un titolo come “Il dio Thoth” al suo primo romanzo (e già nell’essere questo un esordio nella narrativa-dopo tanta saggistica e giornalismo- è comunque un motivo di interesse). Apparentemente, nello sviluppo di questa “metafora di un futuro stralunato insensato, desolato che è già qui, fra noi” -come recitano le note di copertina-, il dio Thoth sembra non avere un ruolo particolare, anzi non viene mai neppure nominato. Thoth è il nome greco della divinità degli antichi egizi che ha inventato la scrittura e in quella complicata e affascinante teogonia è considerato anche come creatore del mondo.
Nel “Fedro” platonico, in un breve apologo di Socrate, Thoth viene citato per contestare -leggo su Wikipedia – “l’importanza della scrittura, a favore dell’oralità, che permetterebbe all’uomo di “possedere” nella propria memoria quello che la fredda scrittura fissa invece su supporti materiali”.
“Il filone del libro –dice Fini in un’intervista -è quello della fantascienza orwelliana e del Mondo Nuovo di Huxley. Non ci sono né alieni né extraterrestri. La fantascienza siamo noi”. L’universo descritto è dominato dall’informazione, anzi modellato dalla presenza costante dei media. Tutti girano con le cuffie in testa e in ogni dove ci sono dei monitor che rimandano notizie in tempo reale. Chi non accetta questo sistema è un UnInformed, considerato un nemico e represso di conseguenza. Al centro della città domina una torre dove una scritta luminosa ricorda giorno e notte la filosofia che sorregge un mondo drammaticamente simile al nostro: LA NOTIZIA E’ IL FATTO – IL FATTO E’ LA NOTIZIA. Se insomma un fatto non diventa notizia non esiste. Quasi come avviene spesso nella nostra attualità.
L’epoca raccontata è quella della New Era. A capo di tutto c’è un Grande Fratello chiamato la Grande Mousse. Nel mondo si svolge una guerra reale e virtuale insieme tra Oriente e Occidente. Particolari che ricordano troppo da vicino il 1984. Questi evidenti rimandi non sembrano però impensierire Fini. La tensione è sempre rivolta all’epilogo a sorpresa.
La vicenda di Matteo Sereno – nome emblematico che contrasta con la tragedia incombente- in fondo è solo un pretesto.
“Il dio Thoth” –come già accennato- è il primo romanzo del polemico editorialista, autore di tanti saggi contro la modernità, di quel brillante giornalista dell’epoca d’oro del glorioso settimanale “L’Europeo” e del mai dimenticato quotidiano “Il giorno” che rivoluzionò il modo di raccontare la realtà.
E’ una storia che Fini cova da un trentennio, con una prima stesura nel 1978 e che solo adesso prende la sua forma definitiva, ma per quanto il suo occhio acuto possa essere stato anticipatore, i vari “Blade runner”e “Matrix” nel frattempo hanno fatto inevitabilmente diventare il suo libro un deja-vu.
Sembrerebbe tutto poco degno di nota e l’unico motivo di interesse risiederebbe nella curiosità di leggere un Fini narratore.
Matteo è testimone di delitti, gioca ai cavalli (ma vere corse non si volgono più da anni), incontra addirittura la Grande Mousse, polemizza con i colleghi, arriva sempre in ritardo al lavoro.
Qualcosa di importante avviene nell’epilogo. Insomma la vicenda è plausibile, l’attesa degli eventi è garantita, ma il plot –bisogna riconoscerlo-non è originale.
Acquista una certa originalità nel ribaltamento finale, dove si accende la curiosità.
L’autore utilizza un tipico cliché della fantascienza.
Un esempio è il famoso racconto breve di Fredric Brown intitolato “Sentinella” dove il protagonista, un soldato di una guerra interplanetaria, si trova a cinquantamila anni luce a combattere una guerra lontanissima. Quando il nemico si avvicina, il soldato lo vede e lo uccide. Il racconto spinge il lettore a identificarsi con il punto di vista del narratore; nelle ultime frasi, avviene il colpo di scena. Mentre il soldato descrive con disgusto l’aspetto “orribile” del nemico (“con solo due braccia e due gambe e la pelle di un bianco ributtante e senza squame”), il lettore si rende conto che il soldato è un alieno e chi è rimasto ucciso un uomo.
Il finale a sorpresa di Fini riscatta il già letto altrove, di cui non si sentiva la necessità se non per il valore metaforico alla base dell’intento morale dell’autore.
Il messaggio infatti–senza svelare comunque la sorpresa- è che esiste una speranza nella comunicazione, quando questa ritorna alla sua primitiva funzione del dare un nome certo alle cose del mondo e non quando è solo un modo per alterare i fatti attraverso una sovrabbondanza di informazioni che portano soltanto al loro azzeramento.
Leggere per credere. Il “divertimento” è assicurato.

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