GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI (racconto)

In tutti i paesi nascono (o meglio nascevano) leggende da raccontare poi, più e più volte con l’enfasi delle epopee e il gusto della narrazione orale, diventato ora appannaggio di un mezzo freddo come la televisione. C’era calore invece in quel ridere di cuore di episodi buffi.
Il mio paese non era differente dagli altri nell’epoca prototelevisiva degli anni sessanta. Personaggi curiosi non mancavano di certo.
Pasqualottu era uno di loro. Aveva la faccia paciosa del grasso che diverte e si poteva definire pachidermico: l’uomo più grande e grosso e grasso e enorme e immenso che abbia mai visto in vita mia.
Quando passava per il paese, in sella al suo motorino, sembrava che la forza di gravità fosse soltanto una opinione. Si teneva in equilibrio come per magia, per un miracolo delle leggi della fisica.
Il motorino scompariva sotto la sua mole. La testa però la teneva alta e la vedevo svettare da lontano.
L’Ollio del nostro paese era sempre molto concentrato nella guida, riuscendo a sorpassare quei pochi cavalli che ancora passavano e i ciclisti e i pedoni con una certa sua leggerezza. Un piccolo scarto dell’enorme corpo ed eccolo superare tutti con disinvoltura.
Il paese – proprio sotto Macerata, a cento metri sul livello del mare, come recitava una scritta all’ingresso, dopo il ponte sul fiume Potenza – era disegnato su due fila di case attraversate da una strada. Assomigliava ai tanti villaggi descritti dai film western all’italiana che la domenica pomeriggio riempivano il cinema CRAL.
Quella strada non era ancora percorsa dal traffico feroce dei decenni successivi che avrebbe impedito ad un personaggio “ingombrante” come Pasqualottu di passare indenne.
Il suo era uno di quei motorini senza marce, a presa diretta, bastava una pedalata per avviarlo. Sotto i suoi colpi sembrava andare in mille pezzi invece partiva strombazzando rumorosamente.
Pasqualottu commerciava in ferro vecchio, gomme d’auto e di motociclette e altri residuati della prima società consumistica.
Lo vedevi gironzolare da un meccanico all’altro, caricando i pezzi sul piccolo bagagliaio con gesti lenti. Il suo migliore amico era uno di questi artigiani della rivoluzione economica del dopoguerra che tutti chiamavano Pirelli.
Aveva addirittura fama di essere un guaritore, uno che le mani riscaldavano e guarivano corpi malati. Pirelli aveva sempre la sigaretta accesa tra le labbra e spesso ne appoggiava una da qualche parte sul suo bancone, dando fuoco ad un’altra, senza accorgersene. Il vecchio mozzicone stava lì a consumarsi e il nuovo era succhiato avidamente, come si trattasse dell’aria necessaria per sopravvivere.Fumava sigarette tutte bianche, da signora, la marca –erano le Mercedes che adesso non si trovano più- venivano vendute in pacchetti da dieci con la scatola di cartone.
Pasqualottu e Pirelli facevano coppia fissa nelle partite a briscola e tressette dei lunghi pomeriggi estivi, quando molti del paese si ritrovavano, dopo la pennichella, al bar di Tonino, davanti alla chiesa.
Giocavano contro un’altra strana coppia fissa: il parroco, Don Giuseppe – prete energico inevitabilmente d’altri tempi – anche lui gran fumatore e Rosario, detto Rosario U’ Rutì, juventino leggendario – che aveva convertito alla fede della “vecchia signora” mezzo paese – titolare della tabaccheria attaccata al bar di Tonino, dove il sabato si giocava febbrilmente al Totocalcio.
Durante quelle partite molto tese il prete e gli altri si facevano trascinare dal gioco e non si risparmiavano accidenti ed espressioni irripetibili per noi bambini. Don Giuseppe si lasciava travolgere dalla situazione, alla ricerca del modo giusto di combinare le carte, tanto da perdere in quei momenti il controllo. Il carisma del suo ruolo consacrato andava a farsi benedire – è il caso di dirlo- così tanto da scandalizzare le mie zie zitelle (zia Sittimia, zia Marietta, la zia monnica, suor Maria Isabella). Occorre dire che però non volavano mai bestemmie o maledizioni vere e proprie, piuttosto i quattro preferivano le colorite espressioni che si riferiscono alle solite vergognose funzioni del corpo umano, così care al linguaggio popolare. Un prete che dice parolacce è comunque anomalo. Eravamo tutti molto puritani in quel periodo. Il cartello che vietava a norma di legge di imprecare contro il Signore veniva insomma rispettato, ma la caciara dei quattro era uno spettacolo. Si raccontava che una volta il vescovo -era allora Ersilio Tonini, adesso cardinale emerito che molto compare in tv- fosse venuto a cercare Don Giuseppe durante una di queste partite (erano davvero altri tempi: un vescovo adesso non entra certamente in un bar con quella naturalezza). Mentre Tonini gli bussava sulla spalla, l’altro continuava la sua invettiva momentanea e senza
accorgersi del prelato. Anzi scansava il braccio del monsignore con dei gestacci. Gli altri sbiancati e con mille segni cercavano di avvertirlo, ma quello niente – era concentratissimo sulla scelta della carta da giocare e non voleva essere disturbato. Quando finalmente si voltò dicendo “chi è che me rompe li cojombri”, col tipico accento maceratese, capì di averla fatta grossa. Non finiva più di scusarsi e di baciare l’anello del vescovo.
Monsignor Ersilio ridacchiava dietro la sua maschera finto-severa perché voleva un gran bene a quel prete con la tonaca lisa.
Questo episodio fa capire come la quattrata a briscola e tressette fosse un duello serio. Bisognava non distrarsi e tenere a mente le carte uscite: in questo Don Giuseppe era un mostro rispetto agli altri. Pasqualottu era il più tonto e doveva continuamente muoversi perché sulla sedia ci stava a malapena, aveva una digestione difficile – per tutto quello che trangugiava – e tendeva ad assopirsi. Rosario era un buon giocatore ma era portato a distrarsi. Pirelli invece era scaltro: riusciva a comunicare le carte che aveva- almeno a briscola è permesso far capire al compagno cosa si ha in mano – con mosse elaborate e molto teatrali.
Giocavano nel retro del caffè sotto i pampini di un vigneto e i violenti raggi del sole pomeridiano, attraversando il versò, rendevano la scena spettrale, accentuando il carattere epico del momento, con il fumo delle tante sigarette che danzava leggero nell’aria ferma e che tanto assomigliava a certe scene cruciali dei rari film in cinemascope. Naturalmente western. Colori sgranati, vivissimi, quasi vibranti per l’effetto iperreale. Vedere quei quattro singolari personaggi giocare a briscola e a tressette era qualcosa di impedibile che si seguiva di nascosto.
Se un compagno sbagliava una giocata erano guai e insulti. Sbocchi de sangue, sbocchi de veleno. Tu’ madre era meglio se se stava bona quella notte che è meglio che me sto zittu. Le assordanti cicale di quelle estati magiche si zittivano sulle imprecazioni urlate dal prete e dai suoi compagni di gioco: il rumore di qualche rara auto sottolineava i momenti di silenzio e di concentrazione.
Don Giuseppe era un perfetto Don Camillo-Fernandel con la sua mascella pronunciata e la voce tonante e i gesti decisi con quei gran colpi che facevano sussultare il tavolo quando scartava un re o un asso. Anche il prete era bravo a fare i segni. Un’alzata di spalle per il cavallo, la linguetta per indicare il re, ma come dicevamo Rosario, si distraeva spesso, la moglie lo chiamava in continuazione dalla tabaccheria. Così per un’incomprensione di segni una partita che il parroco stava conducendo tranquillamente alla vittoria, fu vinta dalla coppia avversaria: Pirelli e Pasqualottu sugli scudi, Don Giuseppe e U’ Rutì nella polvere. Grande smacco per il prete che vinceva quasi sempre e mai – ma proprio mai -contro quella coppia così scalcagnata.
Nella predica della domenica successiva –durante la messa delle 11- Don Giuseppe non trovava il verso giusto. Non gli era ancora andata giù la sconfitta e vedere i suoi compagni di gioco seduti allineati sulla stessa panca gli faceva tornare il tormento per una partita persa stupidamente. Arrivò al fatidico “non voglio dilungarmi di più” che significava un altro quarto d’ora di predica e che soprattutto il filo del discorso gli si stava intrecciando tra mille schiocchi di lingua.Stava girando attorno a un paio di concetti, da cui non riusciva a districarsi: gli ultimi che sarebbero stati i primi secondo la parabola raccontata da Matteo e il perdono come miglior vendetta, l’espressione popolare che non c’entra nulla con i Vangeli ma che Don Giuseppe usava spesso. Non riusciva a perdonare U’ Rutì, né tanto meno il duo Pirelli-Pasqualottu che ne avevano approfittato. Cercava se non la vendetta una rivincita pubblica. Lì in quel momento. Dal pulpito.
La parabola dice di esser pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; di essere simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Quella necessità – predicava Don Giuseppe – della vigilanza che mal si conciliava con l’altra similitudine del padrone di casa, uguale uguale, preciso preciso con il regno dei cieli. Il padrone che esce all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna, accordandosi con loro per un denaro al giorno. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vede altri che stanno sulla piazza disoccupati e dice loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. E quelli vanno, eccetera. E così con altri operai, eccetera. Quando scende la sera, il padrone della vigna dice al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevono ciascuno un denaro. Qui gli occhi del prete sgranavano guardando ora qui, ora là, per poi fermarsi sui tre seduti vicini.Quando arrivano i primi –continuava con gli occhi ormai da matto – pensano di dover
ricevere di più. Ma anch’essi ricevono un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormorano contro il padrone: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone sentenzia: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi.
Concludendo con il suo la miglior vendetta è il perdono detto a sproposito che in quel contesto non c’entrava niente. Per arrivare al dunque Don Giuseppe doveva riraccontarla tutta la parabola spiegando che quel padrone assomiglia al regno dei cieli che non guarda a quanto, ma a come. Trovava grandi difficoltà invece a giustificare la presenza nel suo discorso di quel proverbio sulla vendetta e il perdono che gli era scappato così come gli uscivano tante altre espressioni del linguaggio comune. Così si intestardiva su quella che poteva essere una vendetta mascherata da perdono, oppure dal giustificato senso di giustizia che ogni vendetta apparentemente fornisce come pretesto ad una risoluzione di qualsivoglia conflitto di interesse.Il discorso prendeva una piega talmente ingarbugliata che si faticava a stargli dietro.Don Giuseppe naturalmente si riferiva alla partita a carte del pomeriggio di due giorni prima. Guardava i protagonisti di questa vicenda ad uno ad uno –Pirelli, Pasqualottu, Rosario – e nei silenzi che volevano essere di riflessione – sempre più lunghi – continuava a fissarli. Non era capace di uscire dall’impasse del perdono e della vendetta che si intrecciavano al pensiero della sconfitta e alla rivincita possibile – magari cambiando compagno di gioco. Il silenzio fu rotto dal suo “Non voglio dilungarmi”, mentre continuava a fissare i suoi compagni di gioco, soltanto loro. Infine in una pausa che sembrò eterna e che voleva essere piena di rimandi, quel suo sguardo inquisitore e un po’ vendicativo -ma senza cattiveria- era rivolto solo a quei tre: non solo al compagno di gioco che aveva sbagliato ma anche agli avversari che avevano approfittato della situazione. Pasqualottu non aveva capito niente del discorso e stava per addormentarsi, Pirelli si guardava le unghie e Rosario con uno sbuffo pensò che stavolta Don Giuseppe superava il record di durata di un’omelia.
Alla fine tuonò:
“Chi ha detto che gli ultimi saranno i primi? –indicando il terzetto -se butti coppe quando comanda spade è ovvio…diventi ultimo e devi prendertela solo con te stesso se poi perdi la partita…mannaggia alla miseria, non c’è vendetta, non c’è perdono, comanda spade…”
Don Giuseppe senza volerlo fece una pausa ad effetto che generò nell’assemblea una fragorosa risata liberatoria che mai si era sentita in chiesa. Alcuni allora presero ad applaudire. I bambini più piccoli, a tanto strepito, cominciarono a piangere contemporaneamente, quelli delle elementari si spintonavano. Sembrava tutto fuorché una messa.Confuso Don Giuseppe divenne paonazzo. Picchiò un pugno sulla balaustra di pietra, ottenendo l’effetto contrario a quello sperato. Si fece male e cominciò a torcersi dal dolore. Tutti ridevano ora: Pasqualottu si risvegliò dal suo torpore, Rosario ghignava piano, Pirelli smise di guardarsi le unghie. Le suore si segnavano e bisbigliavano avemarie e pater noster a raffica. Poi il prete urlò un bastaaaaaaaaa assolutamente disumano e disse indicando i suoi compagni di carte:
“Tu, tu e tu, uscite immediatamente dalla chiesa, siete voi la causa di tutto questo- poi sbrigativo e sempre urlando- benedico tutti, la messa è finita, andate in pace, fuori tutti.”
Se ne andò in sagrestia come una furia, accarezzandosi la mano dolorante. Quando, sotto il grande crocifisso dove si cambiava, si rese conto della bestialità che stava facendo ritornò sui suoi passi, mentre la gente cominciava ad uscire. In sagrestia aveva capito che non poteva interrompere la messa in quel modo. Forse il crocifisso gli aveva fatto qualche rimprovero, come succedeva al Don Camillo di Giovannino Guareschi.
“Scusate, scusate, la messa non era ancora finita…continuiamo…”
Tutti tornarono al loro posto finalmente acquietati pur sbuffando e Don Giuseppe concluse il rito in tempi davvero record. Quella messa domenicale delle 11 divenne proverbiale nel paese e faceva parte dell’antologia dei racconti orali –con dentro molte varianti -dove si rideva di più, esagerando la mimica del prete.
Si evitava però di farlo in sua presenza, come si evitava di dirgli che gli ultimi saranno i primi e naturalmente che la miglior vendetta è il perdono.

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