“VOI SIETE I MORTI” riflessioni sul Grande Fratello

È un mattino qualsiasi. Loro stanno tutti dormendo. Lo fanno sempre fino a tardi, rigirandosi appena, per lo più restando immobili, quasi ieratici, facendo poi colazione a mezzogiorno e il pranzo verso le quattro del pomeriggio. Io vedo loro ma loro non vedono me, ma sanno che li sto guardando. Se non proprio sanno di me in particolare , avvertono che qualcuno c’è “qui” fuori, pronto a cogliere ogni più piccola sfumatura del loro comportamento, ogni tic, ogni canzone cantata in modo sguaiato, i bigodini in testa, le docce seminudi, il leccarsi maleducato delle dita e anche gli sguardi fissi nel vuoto.
Non li sto spiando dal buco della serratura, ma quasi.
Ho invece a disposizione un canale satellitare per questo. Sono anch’io parte di quel numero indistinto di persone chiamato “audience”, infatti sto guardando in tv il Grande Fratello.
Questo mattino è uguale a tanti altri. In casa –la loro casa – c’è silenzio. Mi sono appena svegliato e la prima cosa è accendere la tv per guardare il loro sonno. L’immagine è statica. Poco interessante. Eppure ipnotica. È quasi uno specchiarsi nei molti istanti vuoti della propria esistenza. Tanto più che la casa è piena di specchi dietro cui si nascondono le telecamere. È rassicurante in fondo accorgersi che non c’è nulla di così eroico o esaltante o comunque rimarchevole nella vita di ciascuno, se non in quei momenti eccezionali che la rendono unica. La parte stonata del tutto è che quella è una recita – una pessima recita – della realtà quotidiana. La mia senz’altro non è una vita eroica, ma nemmeno una recita.
Toccherà alzarsi e andare al lavoro e lasciarli rigirare nel letto.

Parlando del Grande Fratello televisivo, è persino banale richiamare alla mente il 1984 di Orwell. In quel caso i meccanismi di controllo hanno però lo scopo di determinare i comportamenti sociali, non di farne oggetto di osservazione a fini spettacolari, se così si può chiamare quel tipo di rappresentazione tv, il più delle volte vuota di veri contenuti emozionali. Nel romanzo c’è un’interazione tra schermo e soggetto costantemente sotto osservazione, che qui no non manca ma è di un altro genere.
Quando il protagonista del libro si apparta con la sua ragazza in una casa, dove crede di non essere visto, dice compiaciuto alla donna: “siamo vivi”. Subito dopo una voce sopra di loro ribatte “no, voi siete i morti”.

Ogni volta che guardo in tv la diretta del “Grande Fratello” penso a mio nonno sofferente di claustrofobia, che anche d’inverno dormiva con la finestra semiaperta, insofferente agli spazi chiusi, dopo una prima gioventù trascorsa nella pampa argentina. Nel vasto appartamento di Cinecittà, dove si consuma il “dramma” delle nomination e delle successive esclusioni, ci sono anche ampie vetrate e addirittura un sabato d’aprile piuttosto mite, qualcuno dei concorrenti ha dormito sotto le stelle, forse per paura del terremoto, dopo essere stati informati di quello in Abruzzo–un’eccezione perché la realtà esterna è esclusa. Non ci sarebbe quindi claustrofobia in senso stretto, ma l’impressione che ho sempre avuto del Grande Fratello è quella di vedere gente in prigione.
Senz’altro una gabbia dorata, dove il relax è assicurato, dove non succede mai niente ma in fondo dove si sta anche bene, ma pur sempre un posto da cui non si può uscire. Se esci sei fuori dal gioco e perdi la possibilità della consistente vittoria finale. Appunto una gabbia dorata.
A riprova della mia sensazione leggo su una rivista di settore (LINK –idee per la televisione- num1 -2003) che l’impianto del programma ha un riferimento illustre.
“Nel sistema di sorveglianza – trovo scritto – teorizzato alla fine del 700 da Jeremy Bentham, era stato progettato un penitenziario a struttura semicircolare, con le celle distribuite sull’area perimetrale e una cabina di ispezione al centro. Le celle erano aperte all’occhio vigile delle guardie, ma isolate tra loro. Il modello che aveva l’ambizione di rieducare i prigionieri si fondava sulla creazione di uno stato di visibilità consapevole, permanente e tuttavia discontinua: i carcerati sapevano di poter essere visti in qualunque momento, ma non sapevano quando erano effettivamente visti”.

Ecco, se guardare un reality – e il Grande Fratello è il prototipo di tutti gli altri -è come specchiarsi è proprio vero che il nostro mondo è in decadenza, o forse è meglio dire che è in decadenza un media che come “mission” dovrebbe avere soltanto quello di avvicinare realtà lontane.
Lo spettacolo della costrizione, dell’aggirarsi in casa come cavie da laboratorio, dove non accade niente di particolare, se non battibecchi su modalità insignificanti dello stare insieme in modo forzato, stando per lo più sdraiati, sonnecchiando e senza nient’altro da fare che contemplare il proprio vuoto, è anche lo specchio di una società ha fatto del consumo l’unica ragione di essere. Anche del consumare l’esistenza. Soprattutto inutilmente.
I cento giorni del Grande Fratello sono stati attraversati da vicende toccanti come la morte di Eluana e il sisma abruzzese, ma nella camera iperbarica della casa tutto scivola in superficie, anzi non esiste cronaca esterna, tutto è un eterno presente.
Mi si obietterà che trattasi di spettacolo leggero e che è sufficiente non guardarlo per non indignarsi più di tanto.
Certamente c’è il fascino dell’ozio puro, un sogno di molti oberati dai ritmi della vita quotidiana, ma sembra davvero che dentro la casa si aggiri un fantasma discretamente minaccioso: il fantasma della vita fine a se stessa.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...