PARIS, TEXAS

…che tardi che è, uomo senza volto, che stanca io di vedere io il mio oggi, mille volte giocato per il nostro gioco, mille volte visto per essere guardato da te…da te che io non vedo…e nei tuoi occhi sconosciuti cerco invece il mio riflesso più bello….un riflesso di desiderio, l’unico che davvero mi dia una qualche bellezza per me impossibile altrimenti da sentire, per me non altrimenti interessante da sapere…io non cerco unO specchio…cerco una visione nuova, un immagine sconosciuta di me e di te che sconosciuto sei e l’avventura è conoscerti, l’avventura è vederti…o meglio vederci , che nell’ incontro di due i singoli dovrebbero rimanere sullo sfondo, fornire respiro e materia ad un diverso esserci…

Succede questo: io vedo te… nelle immagini che hai postato sulla tua pagina, a larghe linee ho una visione più nitida di te rispetto alla tua di me,per quanto le tue foto siano quasi tutte fuorifuoco, ma tu mi vedi solo attraverso le parole scritte di questa narrazione scombussolata, fuori le righe, senza una vera logica, persino borderline (e qualcuno degli amicivirtuali me l’ha detto)…

è come in paristexas, la differenza con il film è l’assenza per ora delle voci, la mancanza comunque di riscontri tra noi se non le parole – solo messaggi scritti – nell’ontheroad di wenders invece c’era quel vetro oscurato – da una parte una stanzabuia, dall’altra luci al neon basse – la cornetta di un telefono – l’impossibilità per lei di vedere lui – il buio oltre lo specchio – i silenzi, le lacrime di lei ..

…oltre alle parole c’è anche la mia pagina su fb che racconta molto di me, anche se quello è tutto un gioco… gioco linguistico di graficaparolaimmagine… immagini spesso casuali che si compongono sulla pagina web per ellissi per sovraesposizione per flash improvvisi, quelli che stazionano per un attimo nella mente e nel tempo di digitare una parola un nome un’espressione tipica zac tutto svanisce, si passa ad altro, si volta decisamente pagina…diviene passato esperienza nostalgia spleen qualche volta, soprattutto nei giorni di pioggia…clicki una parola ci associ un riferimento buffo, il resto viene da sé, i computer connessi nel mondo ragionano per suggestioni che si basano su parole frammenti di parole frammenti di discorsi captati qua e là…quel sussurro dell’universo che una voce stridula ad un appuntamento di lavoro aveva chiamato background e che allora non avevo capito…un granprofessoredirigente sicuro di sé che da anni era abituato alle “ideestrepitose” dei ggiovani…
“Qual è il suo background? disse quello con quella sua voce fastidiosa
Io: “Carriera scolastica, laurea, diploma, curriculum?
Cosa intende, professore, per background?
Lui: “…”, zitto, neanche una parola o meglio sospensione di giudizio, sguardo perplesso, non gli interessa già più quello che ho da proporre…guardava già altrove, da qualche parte vicino alla mia spalla dove vedeva depositarsi il pulviscolo del deja vu, già sentitovistoascoltatoreiteratoallanoia…
adesso capisco cosa avesse in mente quell’uomo che ha scritto e teorizzato e proposto e ribadito soluzioni su soluzioni in molti convegni o su terzepagine e riviste o a seminari universitari…il background è la sedimentazione delle esperienze…anche minime…le famose esperienze che aiutano a crescere…dall’azione costante del raccogliere incasellare ripensare e ripetere salta fuori il coniglio dal cilindro, hai una competenza, sai fare certe cose…
allora non lo capivo perchè pensavo bastasse un po’ di teoria, i libri studiati per gli esami,l’aver attraversato fisicamente i corridoi e le stanze di certi edifici…essere stato testimone di eventi storici…adesso invece posso sfoderare un background davvero vigoroso ed esporlo in termini adatti, azzeccando le parolechiave, con una facilità che mi stupisce…riesco nell’impresa anche se ormai non devo più vendermi… mi basta buttare là nel discorso espressioni come readymade (l’ho fatto qualche giorno fa e ancora vedo occhi brillare di compiacimento), sibilare qualche parola inconsueta o far intuire frequentazioni pur sporadiche ma dense di rimandi e rimandi e rimandi…le illusioni perdute, il senso della vita, l’umorismo freddo, ammiccamenti fatti di tic, riproporre certe immagini prese da film visti e rivisti, quasi come linkare insomma, anche se al fondo ci deve essere un prodotto da mostrare, risultati pratici e non chiacchiere o filosofemi pieni di sintagmi, aporie, doppelganger, metaletteratura…
adesso che mi serve così poco sapere come si fa, avere la capacità di cogliere il frutto nel multitaskare abilità professionali costruendo giornodopogiornodayafterday un modo di fare -anzi meglio dire una modalità -che componendo elementi eterogenei porta a risultati certi…
forse sono riuscito a dirla tutta senza entrare nei particolari che rivelerebbero troppo di me…per ora mi piace che il livello di percezione reciproca (più per me che per te in realtà) sia ad un livello primordiale, senza le sovrastrutture delle relazioni normali…la vita vera è da un’altra parte, questa è una dimensione che rasenta la letteratura, non so se ci arriva senza un filo di trame o personaggi o intrecci o comunque di piaceredeltesto…

beh adesso il background è routine, non crea mica ricchezza ulteriore, è quotidianità legata a numeri che si rincorrono in tabulati, vanno su&giù che è una meraviglia tanto che sembra il vecchio su&giù del film maledetto di kubrick, maledetto con quelle musiche sghembe riprese dalla tradizione classica o reinventate(rossini beethoven ligeti)…la mente può tutto…il tempo non esiste…figuriamoci lo spazio…

questi sono i momenti in cui occorre un colpo di scena…un racconto di qualcosa avvenuto…flashback…sono in macchina, nei posti dietro…ai finestrini sfila la foresta nera nel suo buio notturno…l’autista fuma in continuazione, la ragazza che gli siede accanto non è rilassata, tenta di fargli compagnia…dietro fingo di dormire, sono disteso con le gambe accartocciate, è un vecchio maggiolino, siamo arrivati fino in danimarca passando per il lussemburgo e l’olanda, ad amsterdam ho visto ragazze nude ballare da dietro uno schermino nei peepshow, a rotterdam ho sentito le corde della chitarra di johnmaclaughing volare in un grande hangar di un aereoporto in disuso…vedo ragazzi accovacciati al megaconcero tutti in piccoli gruppi isolati e mentre passo lanciano sorrisi…avevo una camicia a scacchi, le basette molto lunghe…altro falshback…sono arrivato alla stazione londinese di king’s cross con lo zaino e l’aria di chi dovrà fare un lungo viaggio, il controllore all’uscita della metro – un indiano con il suo modo di parlare inglese sincopato- non crede che io abbia perduto il biglietto e che provenga dalla fermata precedente…tell me the truth please…I come from the last station…minaccia di chiamare un bobby…alla fine dico la verità e pago il dovuto, venivo da fulham molto molto lontano…non ricordo più come sono arrivato a dover per prendere il traghetto però niente angoscia solo sensazione di libertà… rivivo certi episodi letti in kerouac almeno lo spirito è quello…

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