MESSAGE IN A BOTTLE

La vita è solo un’ombra che cammina:
un povero istrione,
che si dimena, e va pavoneggiandosi
sulla scena del mondo, un’ora sola:
e poi, non s’ode più.William Shakespeare – da Macbeth

[fuori campo]

Rumori di fondo. Sottofondi di voci sussurrate, appena comprensibili, appena percettibili. Sorrisi imbarazzati da e verso la scena. E’ una specie di recita dove gli attori sanno di non essere veri attori. Reciterebbero se stessi, se solo ne fossero consapevoli.
Il loro problema – chiamiamolo così – è che non lo sanno di essere in scena. Non sono personaggi in cerca insomma. Sono sulla scena senza consapevolezza. Sono spontanei. Vivono quel loro momento cosmico con disinvoltura.
Sguardi infuocati, febbricitanti quasi, forse pieni di paura. Ma è solo un attimo. Non c’è niente di cui avere paura. E’ il leit-motiv che ripeto, cioè canticchio, nel mio modo finto-allegro, a ridosso della scena.

E’ la normale ruota degli avvicendamenti. L’hai già vissuto. Oppure qualcuno l’ha già vissuto al tuo posto e ne ha lasciato traccia in qualche oscuro meandro cromosomico. Neuroni vorticosi, sinapsi persino scandalosa. Luci improvvise, accecanti. Rumore fuori scena. Braccia che proteggono occhi. Un grido appena.

Aaahhh. Non un grido di dolore. Di stupore semmai. Il teatro è enormemente vasto, usare il rafforzativo consente una concentrazione formidabile. Non si vede la fine del palcoscenico dietro la luce forte. Qualcuno però si muove sulla scena. Arranca? Si, forse arranca, con i piedi strascicati. Guarda verso la platea con occhi vuoti. Non sono veri occhi. Piuttosto un’espressione. Vorresti non esserci, vorresti non essere. Arrivare direttamente alla fine di questa commedia. Perché quell’uomo che arranca su una scena vuota sta guardando proprio dalla tua parte?

Il rumore delle onde ora sovrasta i sussurri. Qualcuno fugge. Qualcuno resta. E’ il solito gioco degli avvicendamenti. La ruota della vita?
O piuttosto un gioco delle parti? Strappare all’eco l’ultima parola.1 Devo averlo letto da qualche parte. Troppo lapidario il concetto per non essere che un ricordo di letture fatte tanti anni prima. Infatti, l’ho letto da qualche parte, ma proprio non ricordo dove.

Le nostre parole sono solo un’eco della parola… ancora… l’immediato è anche il non mediabile.

Cos’era? Un gioco? Un gioco linguistico? Tra me e questa recita che sembrerebbe un sogno – non fosse per i rumori di fondo e l’odore di mare – c’è l’abisso di un golfo mistico wagneriano. D’altra parte siamo a teatro e qualcuno la sta rappresentando questa maledetta commedia. Delle parti. Appunto. Devo svegliarmi. Si, devo proprio farlo. Ma ho gli occhi spalancati, no?

Sognare ad occhi aperti è troppo banale. Mi guardo riflesso in uno specchietto tondo, di quelli per il trucco, e vedo i miei occhi spalancati. Qualcuno mi ha lasciato questo specchietto. Non ricordo il momento, ma qualcuno me l’ha regalato. Mi guardo riflesso.

Dai, svegliati E’ ora…

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