LA MESSA E’ FINITA

A vederlo sembra un messale. Un volume compatto che si tiene in una mano.
Tutto bianco, con delle figurine simboliche in copertina. Il pesce stilizzato della tradizione cristiana al centro, una chiesuola in alto e due pagine aperte, sotto il titolo, che stanno proprio a rappresentare un messale.
È la “Guida alle messe” di Camillo Langone, edito da Mondadori.
Una sorta di guida Michelin (quella dei ristoranti) alla ricerca delle messe migliori d’Italia, ma anche peggiori, perché il volume non lesina stroncature.
Le recensioni, apparse prima, quasi mensilmente, su “Il Foglio” di Giuliano Ferrara, sono più di 200, con i suoi simboli grafici: al posto delle forchette candeline -da una a cinque- per la valutazione dell’arredamento della chiesa e i messali (appunto!) -sempre da uno a cinque- per la valutazione del rito.
La particolarità è il riferimento temporale: si parla di una messa in particolare, all’ora e il giorno indicati, il rito è cristallizzato nel momento in cui avviene.
“Perché le messe sono tutte diverse -scrive Langone – messe di due ore e messe di venticinque minuti, messe cantate e messe mute, messe con l’organo, messe con la chitarra, messe in italiano, messe in latino, messe un po’ in italiano e un po’ in latino”.
Leggendo le recensioni sul giornale avevo notato che molte delle messe si svolgevano nello stesso giorno e alla stessa ora e mi chiedevo come facesse Langone ad essere presente dappertutto.
Langone ubiquo? Mi chiedevo. Poi mi sono informato e ho capito il segreto della sua strana onnipresenza: il giornalista semplicemente si è avvalso, dove non riusciva ad arrivare di persona, di “inviati”, cui forniva un questionario che il giornalista avrebbe poi rielaborato per scrivere il suo pezzo.
L’incongruità però risultava troppo evidente sul giornale -e l’avrei dichiarata anche in quella sede- nel libro invece, nei ringraziamenti finali, il giornalista cita tutti i suoi quasi 120 collaboratori.
Li ringrazia “commosso, scaricandoli da ogni responsabilità” perché “se le informazioni raccolte sono tutte loro, testi e giudizi sono tutti miei”.
Tra quei nomi c’è anche il mio.
È strano, assai strano, andare alla messa con un taccuino e prendere appunti come ad una conferenza stampa.
I passaggi della messa appaiono sotto una luce differente, l’insieme ha contorni nuovi, inusuali, ci si accorge di particolari di cui si dava scarsa importanza.
Le informazioni chieste da Langone erano semplici ed essenziali: nome della chiesa, giorno, ora, partecipazione dell’assemblea, tipo di rito, presenza di candele di cera o elettriche (queste ultime sono viste come il fumo negli occhi), durata, durata della predica e contenuti, acquasantiere si o no, la gente si inginocchia? ausili cartacei.
Il 22 giugno 2008 sono stato alla messa delle 11,30 nel duomo di Jesi.
Questa è una parte dei miei appunti: “primo vero giorno d’estate, la città è deserta e c’è un sole micidiale, è anche la prima vera domenica adatta per andare al mare, ci saranno 5 battesimi (Gioia, Luigi, Vanessa, Chiara, Tommaso – il sacerdote dirà del bimbo:”Tommaso, credeva poco eh?”, forse alludendo a scarse frequentazioni dei genitori alla vita della chiesa); prima della messa il prete fornisce le ultime indicazioni ai genitori dei piccoli, che possono “disturbare”: je date ‘na controllata, portateli in sacrestia se piangono, un bimbo entra con un gran palloncino azzurro e il don dice non siamo mica alla fiera, porta il palloncino in sacrestia , i bambini saranno battezzati nudi in una piccola vasca e innaffiati di abbondanti abluzioni, ad un primo momento incredulo segue il pianto dei piccoli che poi saranno rivestiti della veste bianca, l’acqua usata per i battesimi sarà utilizzata nelle acquasantiere, il prete dice: ci segniamo con l’acqua non per un gesto scaramantico ma per ricordare il nostro battesimo; vedere quei piccoli nudi mi crea commozione, allora mi sono avvicinato all’altare per capire cosa stesse davvero succedendo, inizialmente non avevo capito che ci fosse un’immersione di quel tipo, mi ha incuriosito il gran sciacquio che vedevo da lontano; durante la consacrazione l’officiante si ferma un paio di volte a sottolineare il disturbo di un paio di bambini particolarmente vivaci; il suo tono è molto discorsivo, cerca di farsi capire da un’assemblea che considera semplice…
Quello che segue è come Langone “recensisce” quella particolare messa:
“Tre secoli dopo il battesimo di Giovanni Battista Pergolesi, nel duomo di Jesi vengono rigenerati nello Spirito cinque bambini: Gioia, Luigi, Vanessa, Chiara, Tommaso. Due su cinque sono nomi adespoti, senza santi e senza onomastico. Avranno solo compleanni e ogni festa sarà un anno biologico di meno, non un anno cristiano in più. Chissà se il prete prima della cerimonia ha provato a far ragionare i genitori. Forse si, visto che celebra con un certo polso e quando entra un bimbo con un gran palloncino azzurro lo blocca senza esitazioni: “Non siamo alla fiera, porta il palloncino in sacrestia.”
Per la messa di Jesi Langone assegna quattro candele e due messali.
Il libro è davvero curioso e godibile, anche se ho l’impressione che corre il rischio di scontentare tutti: i cattolici per la sua stravaganza e chi alla messa non va mai e non è interessato all’argomento.

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