928 parole -comprese le sedici di questo titolo- sul liceo campana di osimo, quand’era in centro


è una storia lunga che spesso ho raccontato, per non dimenticarla…forse comincia in una soffitta del centro storico di una città della provincia marchigiana nell’inverno 1970, sfogliando un catalogo di opere di modigliani… con quelle donne-giraffa tutte nude, dagli occhi vitrei…al cinema avevo già visto l’odissea di kubrick e l’alba acida di hendrix a woodstock e i cannibali di liliana cavani, con tutti quei morti della tragedia grecia, stesi su strade di città e per conto mio letto qualche racconto di poe e guardato in tv il processo di kafka, nel film di welles e a teatro, da un palco nel buio (esperienza davvero nuova) ammirato carmelo bene, sputare in aria per farsi ricadere addosso la saliva e con una rumorosa armatura tentare di crocifiggersi, scandalizzando i “borghesi” della “piccola città, bastardo posto e ancora avevo canticchiato la ballata degli impiccati di de andrè e letto quindi villon e quando mi capitava sorriso con le strisce di linus…

ma di studiare neanche a parlarne…quell’anno la quarta ginnasio della piccola sonnolenta città marchigiana fu falcidiata di alcuni elementi poco consoni al metodo della classicità…

c’ero anch’io nel mucchio di quelli che nei pomeriggi incendiati da crepuscoli vermigli preferivano frammenti beat all’idrogeno alla severa disciplina delle regole della lingua…a giugno la catastrofe…

l’anno scolastico successivo -cioè pochi mesi dopo, il primo ottobre – eccomi “ripetente”…ancora mi umilia solo dirlo…è un’onta che ho riscattato solo molto tempo dopo (ma l’ho riscattata)…

il primo giorno di scuola, in un’altra città di un’altra provincia -ma sempre marchigiana, anzi confinante con la prima: dal liceo leopardi di macerata al campana di osimo- il prof che sembra un po’ charles m. schultz (giusto per rimanere in tema), un po’ enzo biagi (che aveva diretto o dirigeva il tg2 ), con gli occhiali spessi e un’aria allampanata da docente yankee ci fa rispondere ad un questionario…

lo scopo è quello di testare i nostri gusti, il background, le conoscenze acquisite, le curiosità, per carpire, impossessarsi un po’ di noi ragazzi (per lui bambini ma allora non lo sapevo)…

quel questionario sarà la mia salvezza fino alla terzo liceo, il nerosubianco che mi consentirà di ovviare alla mia scarsa voglia di studiare, quell’accidia dei pomeriggi uggiosi che rimarrà fino all’esame di stato per scomparire poi con l’università…

memorabile, durante la mia prova di esame orale alla maturità, il momento in cui entra il ragazzo del bar per portare la colazione ai professori della commissione… appena mi supera, alzo il braccio e con un tono deciso chiedo a mia volta un caffè, mentre la commissaria interna si mette le mani nei capelli per la disperazione…

nel questionario del prof. di ginnasio –il mitico marino marini- scrivo di conoscere kafka e di cosa si racconta nel suo “processo”…

questo fu sufficiente per quell’uomo straordinario: se conoscevo kafka o comunque citavo kafka un po’ valeva la pena perdere del tempo con me e tentare di insegnarmi qualcosa di buono…

il liceo campana di osimo era di quelli con una tradizione da consegnare alle generazioni successive…il preside aveva lavorato alla stesura di un vocabolario di italiano e la moglie, nostra prof di francese, nella sua casa di torino –frequentava cesare pavese e natalia ginzburg…

sotto il palazzo della vecchia sede del liceo (adesso trasferito tristemente, ma comodamente- per i trasporti- in periferia, proprio vicino all’istituto san carlo, dove per i due anni di ginnasio sono stato interno) c’erano e ci sono delle grotte misteriose che collegavano le varie parti dell’antica città, da cui pompeo magno era partito per muovere la guerra fratricida a cesare e dove cavalieri templari, secoli dopo, scavavano ancora il tufo non solo per creare nuovi passaggi, ma per riempire le pareti di simboli arcani…

questo l’avrei saputo molto tempo dopo, voglio le notizie precise…sapevo delle grotte e un compagno di classe che abitava sulla piazza dell’edificio, una volta mi aveva portato a vedere l’ingresso delle sue, sotto casa…si scendeva una ripida scala, cui si accedeva da un armadio…

allora le mie sensazioni erano molto di superficie, mascherate da una qualche conclamata e roboante profondità (ricordarsi che più qualcosa si grida, meno si è convinti dell’intimo nobile valore di quanto urlato)…

il mio prof avrebbe detto arzigogolata profondità…ero “interno” nel collegio di preti scalabriniani, adesso dismesso e poco distante dall’attuale sede, io che mi dicevo nichilista, quello contro tutto e contro tutti che per alleviare alla pesantezza di quella “prigionia” – comunque volontaria, quasi come era volontaria per i mezzi matti del cuculo di milos forman – insomma mi inebriai della letteratura che il prof dai capelli a spazzola proponeva…

dino campana, verlaine, cardarelli, manzoni, prevert, il gran meaulnes, i malavoglia, dostojevski, oblomov, il colpo di dadi che non abolirà mai l’azzardo di mallarmè, goffredo parise, il battello ebbro, qualche americano, steinbeck, london e naturalmente i fiori del male di baudelaire, che già nel titolo andava fuori dagli schemi e dai codici…

il prof distribuiva dei volantini ciclostilati–le fotocopie erano di là da venire – che non contenevano proclami rivoluzionari, come si usava distribuirne all’uscita delle scuole, ma critica letteraria e testi sconvolgenti…

dei “fiori del male” leggeva le traduzioni di romano palatroni che il prof riusciva a leggere solo fino ad un certo punto, per interrompersi nei momenti di intenso lirismo, perché non riusciva ad andare avanti tanta intensa era la commozione…
se interrotto, da rumori esterni, si torceva come rattrappendosi e spezzava matite e penne…diceva “eh mamma mia cara” oppure “vivaddio”…

rintracciare quei ciclostilati e riscriverli per poi inserirli su queste pagine sarebbe un’operazione degna…

(nel link i ciclostili postati tempo dopo)

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