WALCOTT

 

Ho la macchina nuova. Quello è il suo primo viaggio. Arrivo quindi al teatro Novelli di Rimini comodo comodo. La mission è un servizio su quanto avviene a quel convegno.  Per strada ho pensato che avrò l’occasione di parlare con un poeta che ho letto e riletto.

Poco importa quello che si dirà davvero. L’importante è avvicinare quell’uomo dal colore strano (tratti occidentali, naso negro, capelli ricci, sguardo elegante, elegante il portamento anche per l’abito). Scambiare battute. Mettergli a portata di voce un radiomicrofono e strappargli qualche sua profondità. Ho in mente solo questo da porgergli come questione fondamentale:alla fine di questa frase comincerà la tua risposta, verranno le tue parole…at the end of your sentence, yours will begin …ho in mente uno dei suoi versi, uno degli ultimi dalla MAPPA DEL NUOVO MONDO. Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia e lo vedo il pàtio caraibico, cerco di immaginarlo l’orizzonte piatto, il mare, le nuvole che si avvicinano, laggiù in fondo, oltre l’isola di fronte, sta già piovendo. Alla fine di questa mia frase, pioverà. Quella sarebbe stata la mia manifestazione di stima verso il suo poetare. Lo raggiungo al tavolo della conferenza. C’è una pausa dei lavori. Lui è rimasto seduto. Sembra scocciato di essere lì. Provo ad accennare alla presenza di un microfono. Lo mostro con fare ammiccante. Dal suo sguardo indifferente capisco che non è il caso di tentare approcci di tipo mediatico. Devo lasciare una traccia comunque. Se non altro per raccontarlo poi. Magari arricchendolo a seconda dell’interlocutore. Sottobraccio ho il catalogo delle carte telefoniche emesse sull’isola di Saint Lucia da cui proviene – orgoglioso della sua origine meticcia, lingua inglese, modi pressoché primitivi se no n propriamente allo stato di natura. Mostro il libretto. Lo apro alla pagina dove è fotografata una card che celebra il suo premio Nobel. Mostra la pagina sorridendo. Dico it’s for you, un omaggio, a gift for you. Walcott mi guarda perplesso. Si vede ritratto, non so se capisce che quello è un catalogo.  Nel suo intervento, poco dopo finito l’intervallo, dirà che gli dispiace essere lì, chiamato soltanto per la sua fama e dallo sfruttamento della sua immagine nobile, negra, aliena forse, ma stranamente anglosassone, quindi figura accettabile, presentabile che crea consenso insomma. Sul grande schermo alle sue spalle che rimanda immagini da angolazioni diverse vedo Walcott tenere tra le dita il mio catalogo. Mi resterà il sapore di un’occasione mancata non aver registrato un suo intervento. La mia questione era tutta poetica ma poteva rivelare un mondo, orizzonti lontani, persino esotici, e se non pittoreschi, singolari. Non sarebbe stato male registrare il suo sguardo stupito ad una domanda come quella. Mi sono accontentato di riprenderlo mentre con quel suo osservare la platea del teatro – anglosassone e meticcio il suo osservare – esprimeva il suo risentimento, alzandosi quasi offeso. On sono riuscito a notare se ha lasciato il catalogo delle card sul tavolo o se l’ha portato con sé.

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