SENSI

(700 parole comprese quelle di titolo e di questa parentesi)

killers-sada-abe

“Sada Kichi futari chiri”.
Così scrive col sangue Sada sul corpo del suo amante sdraiato sotto di lei. Ucciso da lei. Per amore. L’amore che si sposa con la morte.
Quella frase dice: Sada e Kichi ora noi due per sempre.
La scena si svolge a Tokyo, maggio 1936, il Giappone dell’anteguerra.
Ricordo bene la scena.
La scena di noi due al cinema-io e la mia ragazza- non tanto la scena del film. In quegli anni –seconda metà dei ’70- ci andavamo sempre al cinema, senza fare distinzioni tra film belli e film brutti.
Abbiamo visto anche il più-brutto-film-di-sempre “Capoblanco”(1980) e “All’inseguimento della pietra verde” (1984)e persino “Rocky IV” (1985).
Purché si trattasse di immagini in movimento con sonoro o senza a colori o in bianco e nero e disponibili facilmente.
Il posto a sedere lo trovavi sempre, senza prenotare.
I sedili adesso sono molto più comodi, il sonoro senz’altro eccellente ma l’importante era immergersi nelle storie nel buio di una sala anche seduti su sedie di legno.
Spettacoli per lo più pomeridiani. Le migliori anche d’estate.
Una visione in un pomeriggio caldissimo di luglio de “L’uovo del serpente” di Bergman è rimbaryy asta memorabile. C’eravamo solo noi due in sala. Andavamo nei cinema che allora si trovavano nel centro delle città. Certe volte siamo andati anche a vedere due film nello stesso giorno. La scelta era così vasta che risulta imbarazzante ricordare quel periodo d’oro. Poteva capitare che un cinema proiettasse “Taxi Driver”, un altro a poche centinaia di metri “Barry Lyndon”.

Senza affrontare le periferie post-industriali con la logica dei centri commerciali dell’oggi. Le rotatorie, gli ampi parcheggi, l’obbligo del pop-corn che fa tanto drive-in.

“Ai no corrida – L’impero dei sensi” (1976) era impedibile.
Il film di Oshima raccontava una storia vera. Il ritrovamento del cadavere di Kichi con quella scritta rossosangue è descritto nei verbali della polizia giapponese. Oshima aveva vinto la palma d’oro a Cannes e sollevato venti impetuosi di polemiche.
Era impedibile, ma in platea l’unica donna era la mia ragazza e gli altri spettatori erano sparpagliati vergognosi qua e là, nel cinema Italia di Macerata, isolati uno ad uno, come alle proiezioni dei film porno. L’ingresso di noi due ragazzi attirò l’attenzione di tutti quegli uomini vogliosi solo di immergersi nel buio dell’erotismo orientale o di un qualsiasi tipo di erotismo che mostrasse carne e solo carne e vedere noi era quasi un fastidio che li riportava alla realtà. Erano lì non per i rimandi a Bataille, l’eros thanatos studiato al liceo, la petite mort dagli echi baudelariani, ma per la soddisfazione di vedere il solito vecchio suegiù, per dirla alla Kubrick. Che c’entrava una coppia di fidanzati in mezzo a quello che sarebbe diventato un carnaio di lì a poco?

“Ai no corrida” è cinema di alto livello, con una profondità di linguaggio che difficilmente poteva essere recepita da quel tipo di pubblico. Dimenticammo presto la situazione quando si spensero le luci. Il film rasenta la pornografia con una rappresentazione dei corpi che riesce a far diventare il sesso un elemento sottotraccia.
Girato quasi tutto in interni, dove si descrive un amore tanto fisico e ossessivo da azzerarsi e diventare innocente, nei novanta minuti del film,non si vede non si racconta non si raffigura che l’unione dei corpi. Abe Sada già nel nome è un rimando al sadiano marchese Donatien Alphonse e comunque io e la mia ragazza venivamo da letture affini. Kawabata e Mishima.
Nel cinema invece Kurosawa faceva da riferimento che tutto è meno che erotico, ma la raffinatezza nei gesti nei colori nei modi è prodotta dalle stesse atmosfere.

C’è stata una riedizione del film che Nagisa Oshima ha rimontato aggiungendo immagini di repertorio del Giappone degli anni ’30. Quelle incursioni nella Grande Storia nulla aggiungono alla storia
dei due amanti che ti prende ogni volta alla gola con quell’estremo che Sada e Kichi raggiungono ogni volta che i loro si allacciano nell’amore.
E’ la versione intitolata “L’abisso dei sensi” che più di 30 anni dopo vediamo –io e quella ragazza diventata moglie- su Raisatcinema, alla fine di uno stanco sabato lavorativo, sulla tv davanti al letto.
Visione impedibile.

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