CENTO ANNI DI FUTURISMO CON GIORDANO BRUNO GUERRI, GIORNALISTA E SCRITTORE, NELLA RESIDENZA DI GABRIELE D’ANNUNZIO – GARDONE RIVIERA

SCRABRRRRAAANG AL VITTORIALE DEGLI ITALIANI

(1909 parole)

Il 20 febbraio 1909 è ricordato come l’atto di nascita del movimento artistico-letterario chiamato dal suo ideatore Filippo Tommaso Marinetti con il roboante neo-logismo di FUTURISMO.
L’atto di nascita avvenne con la pubblicazione- sul quotidiano francese LE FIGARO – addirittura in prima pagina- di undici punti programmatici che inneggiavano al superamento del languore romantico e delle idee passatiste (altro modo di dire tipico dei futuristi), preceduti da uno stravagante editoriale, dove si raccontava di un incidente avvenuto a Marinetti, con la sua Isotta Fraschini, episodio all’origine dell’idea del movimento.
Undici –come vedremo-era il numero fortunato del letterato, nato in Egitto e cresciuto tra Milano e Parigi.
“Il futurismo fonda la sua visione del mondo sul completo rinnovamento della sensibilità umana avvenuto per effetto delle grandi scoperte scientifiche. Addio all’uomo dell’800: il telefono, l’automobile, il cinema, l’aeroplano hanno trasformato un nuovo modo di sentire, l’uomo si proietta nel futuro”.
“La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.”
Le colorite espressioni, contenute nel manifesto, rappresentano una violenta dichiarazione d’intenti che ha lasciato tracce evidenti nell’arte, nello spettacolo e nella pubblicità e non solo.

C’è un po’ di futurismo nella nostra vita quotidiana. L’immagine sul retro dei 20 centesimi di euro riproduce un’opera di Umberto Boccioni del 1913. Forme uniche della continuità dello spazio, il suo enigmatico titolo. La figura di un uomo che cammina viene ripresa come si trattasse di una macchina umana, energia allo stato puro che si muove nello spazio – pur trattandosi di una forma scultorea immobile. C’è un po’ di futurismo nel nostro modo di comunicare con gli sms, usando simboli, sintesi grafica e numeri, parole allungate, parole in libertà. C’è stato molto più che un semplice rimando al futurismo in recenti fatti di cronaca. La fontana di Trevi colorata di rosso nell’ottobre 2007, per protestare contro la festa del cinema e le 500.000 palline fatte rotolare dalla scalinata di Trinità dei Monti, nel gennaio 2008, per sensibilizzare sui problemi della capitale, in una analoga provocazione dal gusto tipicamente futurista, azioni che hanno fatto diventare famosissimo il suo ideatore, Graziano Cecchini.
Chiediamo allo storico Giordano Bruno Guerri, che ha pubblicato una biografia di Filippo Tommaso Marinetti –in occasione del centenario- di aiutarci a capire il futurismo in poche parole, anche se non è facile sintetizzare le numerose angolazioni espresse dal movimento in ogni campo: dalla cucina alla sintassi, all’architettura, alla musica, alla politica.
Cento anni dopo che cosa rimane di quella straordinaria avventura intellettuale?
Il futurismo più che capirlo, lo si intuisce, anche abbastanza facilmente secondo me, perché, essendo un movimento precursore, soprattutto nella pittura, ha un gusto che noi adesso possiamo recepire come contemporaneo.
L’incontro con Guerri avviene al Vittoriale degli Italiani, che fu residenza di Gabriele d’Annunzio.
Non è un caso aver scelto come location dell’intervista il luogo che più di tutti ricorda il poeta e romanziere abruzzese.
Giordano Bruno Guerri è presidente della Fondazione Vittoriale ed è qui un paio di volte al mese, inoltre le vicende umane ed artistiche di Marinetti si sono spesso incrociate con quelle del Vate d’Annunzio.
Guerri ha pubblicato nel 2008 una biografia del poeta nato in terra d’Abruzzo, D’ANNUNZIO POETA-GUERRIERO e in questo 2009 MARINETTI INVENZIONI AVVENTURE E PASSIONI DI UN RIVOLUZIONARIO.
Le biografie di Marinetti e d’Annunzio sono frutto di una stessa ricerca storiografica, altrimenti sarebbe stato impossibile, pubblicare a distanza di un solo anno i due volumi, dice Giordano Bruno Guerri, aggirandosi nei locali del Museo della Guerra, quella che doveva essere la nuova residenza di d’Annunzio e che l’accolse soltanto il giorno del funerale. Con una certa apprensione il presidente del Vittoriale cerca la bacchetta da direttore d’orchestra che Toscanini usò a Fiume, dove tenne un concerto, durante l’occupazione dei legionari del Vate. Gli ambienti in cui visse il poeta al Vittoriale, affatto sobri e anzi ridondanti di un gusto lontano dal futurismo, con stanze riccamente arredate, piene di collezioni e di quadri e di damaschi e tappeti e libri su libri, con simboli sulle pareti e scritte in latino dappertutto, potrebbero comunque stonare con Marinetti, che voleva uccidere il chiaro di luna, cioè d’Annnunzio che all’epoca ne era il cantore più appassionato, tanto da divenire proverbiale. Si dice dannunziano per dire decadente. Marinetti invece guarda avanti, non dentro di sé.
L’atmosfera del Museo-dico a Guerri-sarebbe piaciuta a Effetì –come lo storico chiama confidenzialmente Marinetti nella sua biografia-, anche se il museo è successivo-aggiungo-, nella sua forma attuale, alla morte di d’Annunzio.
Guerri si sposta negli ambienti cercando un mobile o una lampada di Giò Ponti che non trova. Si aggiusta la cravatta nera sottile stile punk specchiandosi dentro il bagno che fu del Vate. Gli dico attenzione agli allarmi che possono suonare. Lui sorride compiaciuto rispondendo:  pazienza, sono il presidente no?
Poi si avvicina ad un curioso oggetto di metallo, dove si legge su una targhetta “dono degli Aeroporti Futuristi”. E’ una scultura ready-made, ritrovata in abbandono da qualche parte ed ora orgogliosamente mostrata.
E’ una rarissima scultura, opera di Marinetti, che donò a d’Annunzio durante il loro ultimo incontro, il 10 febbraio 1938, cioè dieci giorni prima che d’Annunzio morisse ed è una doppia leva di un bimotore Caproni e il significato dell’opera è che loro due –Marinetti e d’Annunzio – sono i motori della nuova Italia. E’ stato fatto successivamente perché d’Annunzio nelle sue disposizioni testamentarie scrisse tra le altre cose si creasse un museo della guerra. Infatti ci teniamo ancora questo nome – che non è molto attraente, anzi decisamente respingente-per rispetto filologico ai desideri di d’Annunzio.
Il compito del presidente della Fondazione Il Vittoriale, è un po’ fare la vedova di d’Annunzio, cioè mantenerne la memoria, valorizzarne il ricordo, proteggerne le cose eccetera, cosa che io faccio molto volentieri.
Torniamo a Marinetti.
Effetì tra le sue centinaia di intuizioni – fra cui l’uomo bionico, con pezzi di ricambio eccetera-parlava anche di una rete che avrebbe avvolto il mondo e avrebbe permesso comunicazioni velocissime e simultanee tra gli uomini e fra individui e individui.
Addirittura internet?
E’ internet. Marinetti non avendo gli strumenti linguistici per definire le rete che immagina, usa dei termini anche abbastanza buffi, ma lo spiega, lo preconizza.
Ci spostiamo ancora. Accanto allo scalone che porta allo studio, le eliche di un aereo Caproni e sullo sfondo il gonfalone, della Reggenza del Carnaro, ricordano contraddittoriamente un’epopea che preannuncia i movimenti libertari, inneggiando allo stesso tempo all’unica igiene del mondo, rappresentata dalla guerra.
Dico a Guerri che è difficile entrare nelle corde della mistica della guerra che trasuda da ogni particolare del museo.
Noi facciamo fatica a capire la mistica della guerra sia di d’Annunzio, sia di Marinetti, però bisogna calarsi nell’epoca. Non erano solo due pazzi isolati che invocavano la necessità della guerra. Intellettuali di tutta Europa – anche miti come Thomas Mann e Sigmund Freud- parlavano della ineluttabilità della guerra che doveva porre fine a un’epoca e creare un mondo nuovo. Quindi la guerra veniva sentita come indispensabile da molti e infatti poi molti giovano furono influenzati da questi grandi maestri.
Ci accomodiamo nel vasto studio al piano superiore e ci sediamo alla scrivania di d’Annunzio.
Dico: l’uso della pubblicità in Marinetti è geniale. Tappezza le vie delle più grandi città italiane di manifesti enormi dove c’è semplicemente scritto a caratteri cubitali: F.T.MARINETTI=FUTURISMO. Guerri non si scompone.
Sono genialità, invenzioni che anticiperanno anche in questo caso gli studi di Mac Luhan su “il mezzo è il messaggio”. Marinetti trova il modo di suscitare la curiosità, sapendo che la curiosità era il miglior propellente per la conoscenza.
Vedendo una cosa così clamorosa MARINETTI=FUTURISMO su un lenzuolo rosso attaccato in tutta Italia, ci si chiedeva ma che è ‘sto futurismo, chi è ‘sto Marinetti. E’ una cosa che è stata ripresa molti anni dopo e io mi ricordo la sorpresa che all’inizio degli anni 90 suscitò uno strano manifesto che non pubblicizzava niente, dove c’era un neonato su fondo tricolore la scritta FORZA ITALIA.
In occasione del centenario, al futurismo la stampa ha concesso ampio spazio: resoconti delle numerose mostre inaugurate a Milano, Roma alle scuderie del Quirinale, a Rovereto, a Venezia; dell’uscita di una vasta pubblicistica sull’argomento, dei volumi editi, degli eventi organizzati un po’ ovunque in Italia, l’inserto “Tuttolibri” de “La Stampa” titola: futuristi carta straccia, nell’occhiello:innegabile creatività nell’arte, ma per il resto una modestia sconfortante.
Il Domenicale del “Sole 24 ore”. Al galoppo verso il futuro. Su Repubblica il critico d’arte Achille Bonito Oliva scrive:
“il manifesto esplode come una violenta deflagrazione sullo sfondo di un’Italia contadina e analfabeta”; “Il Giornale” propone un’intervista alla figlia di Marinetti- cui il padre dette un nome molto futurista -ALA: “Ricordo che certe notti mio padre aveva delle illuminazioni poetiche, si svegliava anche mia madre che prendeva appunti”.
Ancora un titolo tratto da “La Stampa” di Torino che scrive: il futurismo rifà l’universo, l’avanguardia che accenderà l’immaginario del secolo
E ancora “Repubblica” dove si legge il resoconto delle numerose mostre dedicate al centenario. Cesare de Seta scrive: “il futurismo è tra i pochi eventi del 900 che pone l’Italia in prima fila“.
Giordano Bruno Guerri sul “Giornale” propone in 11 punti (11, il numero fortunato per Filippo Tommaso) un manuale per veri marinettiani: da “automobile” a “velocità” passando per “guerra”, “donna”, “cucina”.
Infine L’OSSERVATORE ROMANO incuriosisce nell’articolo intitolato RITORNO AL FUTURISMO, dove numerosi sono gli apprezzamenti verso un movimento che intendeva addirittura SVATICANARE l’Italia. Che ne pensa Guerri?
Che il Vaticano riconosca oggi l’eccellenza del futurismo credo che lo faccia soprattutto come movimento artistico, non riferendosi alla sua morale o atteggiamento verso la Chiesa, è un segno culturale buono, di riconoscimento di un movimento che comunque aveva valore in sé, e poi la Chiesa è abbastanza generosa con i nemici sconfitti.
«Noi siamo intraprenditori di demolizioni», scriveva Marinetti, quando ha già dato l’assalto iconoclasta contro le «idee-muri da sfondare» ed esibito il rifiuto come biglietto da visita. Il secolo nuovo impone svolte radicali, il passato è un catasto polveroso di abitudini da archiviare. L’avanguardia non può che essere l’ideologia della modernità, esaltata dalla metropoli e dalla tecnologia.
Siamo ora di fronte alla Isotta Fraschini di d’Annunzio, prezioso reperto di un’epoca scintillante.
Secondo Marinetti il futurismo nacque quando lui ebbe un incidente con una Isotta Fraschini simile a quella di d’Annunzio, conservata al Vittoriale, un modello successivo- e da pessimo pilota qual era cadde in un fosso. In realtà è una leggenda che Marinetti ha inventato così come non è vero che l’abbia scritto il manifesto in un unico giorno – l’11 ottobre 1908- lo scrisse in varie rielaborazioni sia in italiano, sia in francese, comunque, indipendentemente da come è stato fatto, stando agli effetti, il manifesto del futurismo è uno dei capolavori letterari del 900, un modello per tutti i manifesti, successivi, non solo futuristi.
Intanto piove a dirotto, il languore decadente che Marinetti voleva sovvertire si registra fortemente di fronte al lago di Garda, in questo 6 febbraio 2009, il giorno dopo la primissima pubblicazione del manifesto su “Il Giornale dell’Emilia” di Bologna. Stringere tra le mani i comandi del bimotore Caproni, è stato certamente un buon modo di festeggiare l’anniversario. Ancora mi chiedo se quello di Marinetti era dalla parte destra o al contrario.

 

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