CAMUS

Le pagine ingiallite della venticinquesima edizione Bompiani del 1980 de LO STANIERO di Camus. La prima era stata nel giugno 1947, uscita cinque anni dopo dell’edizione Gallimard, in piena guerra.
La copertina rigida senza un accenno grafico, uno schizzo, un disegnino che sia uno. Solo un colore verde militare uniforme.
Nel retrocopertina una foto dell’autore con una sigaretta –che s’immagina eternamente accesa- penzolante tra le labbra, in un bianco e nero drammatico: Marcel con gli occhi bassi, le ciglia aggrottate, occhiaie esistenzialiste.

Il volume fa il paio con LA PESTE, acquistato lo stesso giorno, che ha la copertina uguale – ma di un verde più chiaro – con le pagine ugualmente ingiallite della trentacinquesima edizione (la prima nell’agosto 1948, un anno dopo la pubblicazione in Francia). Stessa retrocopertina, sigaretta e sguardo verso terra compresi.
Sono volumi che ho comprato il giorno dell’Epifania del 1982 (due anni dopo la pubblicazione) a Macerata, forse per uno degli ultimi autoregali di Natale, che ogni anno mi concedo.
Le sequenze dell’acquisto e del pomeriggio in giro per il centro della città sono una nebulosa difficilmente leggibile.

Dentro LO STRANIERO c’è un biglietto con il numero di telefono di un dirigente rai della vice direzione generale rf struttura di coordinamento collegamento sedi mezzi tecnici inquadramento, finito lì chissà come dopo almeno dieci anni dall’acquisto (il ricordo dell’incontro in viale Mazzini con quel dirigente è anch’esso quasi una nebulosa ma ci sono più elementi: l’attesa dell’appuntamento, il pianoterra di Viale Mazzini, il sorriso gioviale di quell’uomo, il giardinetto similzen dentro il palazzo rai).
I due libri sono stati sempre vicini per via della forma e dell’autore ma fino all’anno scorso non avevo avuto curiosità di leggere Camus.

Quel primo istinto di “possesso” verso un libro (due libri in quel caso) non contemplava l’immediata lettura, come mi capita spesso quando entro in libreria.

LO STRANIERO mi ha “chiamato” per essere letto, nell’inverno scorso, occhieggiando dalla scaffalatura dove ci sono i premi Nobel (Coetzee, Pinter, Mafhuz, Golding, Heaney) e i pochi libri dove c’è una qualche citazione che mi riguarda direttamente (su tutti PENSIERI SCORRETTI di Giordano Bruno Guerri, con il fondamentale aforisma “ripetersi genera assuefazione”).

Leggendo Camus ho rivisto tanti film francesi, di quelli da cineforum che vedevo da ragazzo ai Salesiani, con i silenzi prolungati, le parole smozzicate, gli interni grigi ma sempre affascinanti e quella continua rivolta contro il mondo moderno senza una causa.

Mi ha stupito il finale:
“Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida piene di odio”.

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