1981

Fu una lunga estate calda quella del 1981, non conoscevo ancora la crudeltà del tempo del lavoro e i miei impegni erano quasi tutti dedicati all’otium.

Stavo per laurearmi e la tesi era pressoché scritta, dovevo soltanto rimaneggiarla qua e là e ribatterla a macchina (il computer ancora non c’era e la macchina da scrivere elettrica era un privilegio di chi aveva – come me – la sorella della fidanzata impiegata in banca).

Ero curioso del mondo e avevo molte passioni, ma non pensavo che nel modo del tutto casuale come avvenne, sarei riuscito a trasformare in un lavoro le passioni.

La sede regionale Rai per la Marche aveva una sua struttura – programmi e produceva due spazi televisivi settimanali di mezz’ora dedicati alla cultura, agli appuntamenti, alla società e al costume regionali.

Non ancora giornalismo, non del tutto fiction.
Si può dire di quei segmenti televisivi che possedevano una sorta di approccio documentaristico, uno strano ibrido di linguaggi che li portavano spesso a felici risultati: il più evidente era quello di dare uno spaccato della realtà locale, o almeno di provarci.

Nella lunga estate del 1981 ottenni un contratto come “autore testi” per cinque trasmissioni televisive che dovevano avere come argomento principale la vita estiva della regione, era un ciclo chiamato “Almanacco d’estate”.

Un paio di queste trasmissioni erano costruite con quell’ibrido televisivo fatto di quel mix tra fiction e reportage.

Il più intenso di questi due lavori si intitolava “SS16 Adriatica”, l’altro (titolo: “Cravatte”) è diventato negli anni un cult-movie a Filottrano, la cittadina dove poi mi sono trasferito dopo il matrimonio, visto che quasi tutta la generazione dei ventenni di allora è presente in video.
Di queste trasmissioni ricordo la colonna sonora.

C’era una evidente, forse snobistica, ansia di rendere manifesta una attitudine alla musica nuova, alle tendenze musicali dei primi anni 80 – e occorre sottolineare che proprio adesso sta avvenendo il fenomeno revivalistico di quegli anni.

Ogni scena veniva sottolineata con una musica adatta ed ogni musica doveva essere significativa, densa di rimandi, evocativa, citazionista, mai messa a caso: soprattutto per “Strada Statale 16 Adriatica”, che voleva essere la privata apoteosi – di noi che ci lavoravamo con una passione che valicava i confini del lavoro stesso – per ogni film on-the-road visto al cinema negli anni precedenti.

Era come trasferire la California, Kerouac, “Cinque pezzi facili” sul litorale adriatico marchigiano percorso da quel nastro d’asfalto, che da nord a sud (fino alle Puglie) si chiama strada statale 16.
Le “s” dell’acronimo di “strada statale” diventavano la ss nazista, a forma di scintille, per accentuare il carattere punk dell’operazione e adriatica era scritto con una k, come a sporcare ulteriormente una denominazione amata-odiata.

Dappertutto in quella striminzita mezzora televisiva c’erano riferimenti e citazioni, quasi si trattasse dell’occasione tanto aspettata per mettere in un’opera – chiamiamola così – in un’unica opera per giunta, tutto ciò che ci piaceva: c’erano l’ 87° distretto di polizia, la boxe, David Bowie decadente, Playboy (inteso come rivista), false pubblicità di concerti comunque sognati, scritte col pennarello sulle mattonelle bianche dei bagni, la barba di due giorni (e sono buffi gli errori di montaggio con sequenze con la barba fatta appena dopo scene con la barba non fatta), ma anche il gusto popolare tutto dell’andare al mare in corriera, gli spaghetti sulla spiaggia.

Inevitabilmente gli anni trascorsi sbiadiscono la vivida immediatezza di molti piccoli episodi, ma incredibilmente ci sono dei particolari che è divertente ricordare.

I componenti di una volante della stradale furono molto solerti nel farci vedere quanto erano bravi a sgommare e registrammo una scena memorabile.

La fiction tragicamente si sovrappose alla realtà: cercavamo la location per la scena della rapina che apre il filmato.

Volevamo chiederlo ad un benzinaio che fu poi davvero vittima di una violenta estorsione.

Cercavamo di copiare i film recenti, ottenendo qualche volta persino felici risultati.

Nel prologo -con la rapina citata -la mano del garagista ferito gronda sangue, l’immagine è al ralenti e voleva una scena analoga di “Toro scatenato” di Scorsese, visto al cinema l’inverno precedente.

Il riferimento ci sembrava doveroso, perché nei vagabondaggi della coppia di rapinatori senza una meta specifica, c’era Porto Potenza Picena e in quei giorni veniva proiettato proprio quel capolavoro in bianco e nero.

“SS16” era una storia corale.

Ho citato i due rapinatori (tra l’altro uno dei due ero proprio io e fui pagato anche come attore); ma c’erano un dj (sul modello dei “Guerrieri della notte”) il cui compito narrativo era quello di fare da filo conduttore alle storie raccontate e lanciare musiche che nessun dj radiofonico dell’epoca nelle Marche avrebbe lanciato; una ragazza in crisi che si suiciderà gettandosi dall’alto dell’Hotel House di Porto Recanati; un ragazzo alla fine di una notte di avventure in discoteca che non ritrova la sua conquista e cerca l’aiuto del dj; e qua e là delle figure senza senso che erano messe lì in modo provocatorio, per stupire oppure per divertire (non so se l’effetto è stato raggiunto).

C’è tenerezza nel ricordare quel mio primo lavoro, perché l’entusiasmo di quell’estate che adesso è una pagina del mio film privato ha condizionato le mie scelte professionali future.

Sono diventato un giornalista memore anche delle ore passate in saletta di montaggio a cercare gli stacchi giusti, la musica più significativa, le sfumature di senso nelle sequenze.

Quella sorta di docu-film ha avuto un epilogo divertente: festeggiammo la messa in onda con tutta la troupe a casa mia, con una gran cena a base di coniglio cotto all’ungherese.

Il coniglio era diventato tutto bianco.

C’era un tempo magnifico e noi tutti eravamo contenti di aver lavorato insieme: il classico happy-end nella calda estate del 1981.

tratto da
“25 anni di informazione Rai nelle Marche”
curato da Giuseppe Camilletti
Gabrio Marinelli editore

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